Sulla violenza di genere durante il lockdown ci sono diversi dati che solo in apparenza sono in contrapposizione fra loro. Da un lato, infatti, l’Istat segnala che il centralino anti-violenza nazionale, che risponde al numero 1522, dal primo marzo al 16 aprile ha registrato un picco di contatti, oltre il 70% in più, con una media che, ad esempio in Emilia Romagna, è stata di sei chiamate al giorno. In aumento sono state anche le richieste di aiuto per situazioni di emergenza, cioè quando la donna si vede costretta a chiamare le forze dell’ordine perché sta subendo varie forme di violenza.
Per contro, durante il periodo di isolamento domestico, i centri antiviolenza hanno registrato un calo del 50% delle richieste di aiuto.

Violenza di genere: l’esacerbazione e l’emersione

A chiarire ai nostri microfoni l’apparente incongruenza dei dati è Angela Romanin del Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia Romagna. “Si tratta di servizi diversi – spiega Romanin – il centralino nazionale è un primo contatto a cui magari le donne chiedono semplicemente informazioni, mentre ai centri antiviolenza si rivolgono donne che sono già un po’ più convinte a chiedere un aiuto professionale e concreto”.

Questi due servizi diversi dovrebbero essere in collegamento fra loro, ma qualcosa sembra non funzionare. “Il 1522 dovrebbe fare un primo ascolto e poi indirizzare la donna al centro antiviolenza più vicino – osserva Romanin – ma i dati DiRe (Donne in Rete contro la violenza, ndr), che è l’associazione nazionale dei centri antiviolenza, ci dicono che appena il 3,5% delle donne che arrivano ai centri sono state indirizzate dal centralino nazionale”.

Più in generale, il lockdown sembra aver esacerbato le violenze domestiche e aver complicato la vita alle donne che vorrebbero chiedere aiuto, dal momento che non avevano lo spazio e il tempo per contatti approfonditi con i centri. Dall’inizio della fase 2, però, le chiamate ai centri stanno progressivamente tornando ai livelli di prima, come conferma la Casa delle Donne di Bologna: segno che le persone stanno tornando al lavoro ed uscendo di casa.
Lo stesso aumento registrato dal centralino nazionale, in realtà, potrebbe avere una valenza positiva ed essere considerato un’emersione del fenomeno già presente e rimasto sottotraccia.

Il nodo delle risorse

I centri antiviolenza, però, continuano a registrare un problema relativo alle risorse economiche per erogare i propri servizi. Il meccanismo del finanziamento pubblico è farraginoso, con molti passaggi intermedi, e registra forti ritardi che mettono in seria difficoltà alcuni centri.
“Lo Stato stanzia le risorse che vengono girate alle Regioni, le quali le distribuiscono nei territori che a loro volta le versano ai centri – spiega Romanin – Questo provoca ritardi di uno o anche due anni. È per questo che stiamo chiedendo di snellire il procedimento attraverso un finanziamento diretto. Ad esempio la Regione Emilia Romagna, che è più virtuosa di altre, ha stilato una lista dei centri antiviolenza, che lo Stato potrebbe utilizzare per un finanziamento diretto”.

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