La tesi degli “opposti estremismi” che negli Stati Uniti vedrebbe contrapporsi da un lato suprematisti bianchi e neonazisti e dall’altro le minoranze afrodiscendenti e i movimenti radicali sorti in contrasto alla violenza razziale della polizia è semplicemente falsa.
Uno studio condotto da Armed Conflict Location e Event Data Project, diffuso il 3 settembre, dimostra che il 93% delle 7750 manifestazioni di protesta che si sono svolte negli Stati Uniti tra il 26 maggio (giorno successivo all’uccisione di George Floyd) e il 22 agosto sono state pacifiche.
Cade così la teoria, sostenuta anche da opinionisti di testate italiane, che vedrebbe contrapporsi due violenze uguali e opposte.

Violenza della polizia, cos’è cambiato dall’uccisione di Floyd

A riportare i risultati della ricerca ai nostri microfoni è il giornalista Martino Mazzonis, che per Treccani lavora all’Atlante Usa 2020.
Il giornalista traccia un quadro di quanto è cambiato dall’uccisione di George Floyd, avvenuta il 25 maggio a Minneapolis, fino ad oggi sul versante della violenza della polizia dei confronti degli afrodiscendenti.
Da un lato, infatti, i numerosi episodi di violenza razziale della polizia fanno più breccia sui media grazie ai video registrati coi telefonini e questo sta cambiando l’opinione della maggioranza delle persone, che ormai li reputa intollerabili.

Una sensibilità alla questione che è il primo passo per un cambiamento culturale, ma anche legislativo.
“Alcune proposte di legge dei democratici sono già state depositate – osserva Mazzonis – in particolare per quanto riguarda le regole di ingaggio della polizia e alcune pratiche, come quella del ginocchio sul collo ed anche altre, che spesso hanno provocato la morte delle persone fermate”.
Sempre sul versante legislativo, una strada su cui lavorare potrebbe essere quella dell’equipaggiamento della polizia, cui spesso vengono dirottate le armi in eccesso destinate all’esercito, ma anche la formazione stessa degli agenti.
Qualcosa di diverso, insomma, dal definanziamento, chiesto a gran voce dalla parte più radicale del movimento, ma che potrebbe portare comunque a dei cambiamenti.

Altri elementi che il giornalista sottolinea attengono alle manifestazioni. Se è stata smentita la teoria che vorrebbe chi protesta contro la brutalità della polizia come un violento, i pochi episodi in cui si sono registrati scontri sono stati caratterizzati dalla presenza di giovani bianchi, che hanno cercato il conflitto con le forze dell’ordine.
“Notizie che il presidente Donald Trump cerca di cavalcare – continua Mazzonis – per sostenere che, se alle elezioni vincessero i democratici, il caos anarchico regnerebbe negli Stati Uniti.

Il movimento Black Lives Matter, in realtà, coinvolge gli assi dello sport, della cultura, dello spettacolo e della televisione e, nel resoconto del giornalista, assomiglia molto a quello dei primi anni ’60, che portò alla fine della legislazione segregazionista. “La convinzione è quella che il lavoro da fare sia costante e di lunga durata, non tanto la reazione a singoli episodi, magari con proteste davanti ai commissariati per i quali lavorano gli agenti protagonisti di un episodio di violenza”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARTINO MAZZONIS: