Venti avvocati e avvocate di sette città italiane hanno scritto un appello congiunto contro il particolare accanimento che sembra riservato agli anarchici coinvolti in diversi provvedimenti giudiziari. Secondo i legali, nei confronti di militanti anarchici la mano della giustizia è particolarmente severa, con imputazioni mai utilizzate per altri fatti più gravi, al punto da ritenere che vi sia il rischio di una deriva giustizialista in cui ad essere punite sono le persone e ciò che rappresentano politicamente più i reati che ad esse vengono contestati.

Accanimento contro gli anarchici, venti avvocati lanciano un appello

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è rappresentata da quanto accaduto all’interno del processo “Scripta manent” di Torino. In particolare, il 6 luglio scorso la Corte di Cassazione ha deciso di riqualificare da strage contro la pubblica incolumità a strage contro la sicurezza dello Stato un duplice attentato contro la Scuola Allievi Carabinieri di Fossano, avvenuto nel giugno 2006, quando vi furono due esplosioni in orario notturno, che non avevano causato alcun ferito. Quei fatti vennero attribuiti a due imputati anarchici.
«Quel reato non è stato contestato nella storia italiana neanche per le stragi più efferate, come Capaci e via D’Amelio – osserva ai nostri microfoni Ettore Grenci, uno dei firmatari dell’appello – E soprattutto l’unica pena possibile per quel reato è l’ergastolo ostativo».

Nel testo dell’appello vengono ricostruite anche altre vicende giudiziarie che coinvolgono anarchici, per i quali le misure cautelari e le imputazioni appaiono sempre più severe rispetto alla reale gravità dei reati.
Non solo. Gli avvocati sottolineano come spesso vi sia il tentativo di attribuire imputazioni di stampo associativo ad esponenti di un movimento per definizione non gerarchico. «Spesso in ambito giudiziario queste accuse cadono – sottolinea Grenci – però intanto le persone si sono fatte, per fatti modesti, modestissimi o addirittura non sussistenti mesi e mesi di custodia cautelare in carcere, in regimi speciali, perché i detenuti considerati politici vengono ristretti in delle sezioni di alta sorveglianza».

Tutto ciò rischia di rappresentare una deriva giustizialista che non applica lo schema della Costituzione, ma mira a considerare come nemici gli appartenenti a determinate categorie politiche e ideologiche.
«Ogni qualvolta un provvedimento dell’autorità giudiziaria si pone come obiettivo quello di punire più che il fatto, l’autore del fatto, per quello che l’autore rappresenta a livello politico e ideologico – osserva l’avvocato – siamo in presenza di una deriva che deve preoccupare tutti, a prescindere dalle nostre idee e dalle nostre appartenenze, perché si scivola in un diritto penale che è lontano da quello previsto dalla nostra Costituzione».

ASCOLTA L’INTERVISTA A ETTORE GRENCI: