È durata poche ore la gioia per la sconfitta di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane. Il sollievo della notizia ha presto ceduto il passo alla contesa tra le diverse anime dei democratici di Joe Biden, dove l’establishment moderato ha già attaccato i socialisti che fanno riferimento a Bernie Sanders. In particolare i primi accusano i secondi di essere i responsabili delle perdite che i democratici hanno riportato alla Camera dove comunque conservano la maggioranza.
Per contro, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha invitato all’unità e a non escludere l’ala socialista dall’esecutivo di Biden.

Democratici, l’establishment ha già trovato un capro espiatorio

“Nel suo discorso in cui ha annunciato la vittoria, Joe Biden si è vantato di aver messo insieme la coalizione più vasta di sempre – spiega ai nostri microfoni Lorenzo Zamponi di Jacobin Italia – Ci sono posizioni più centriste e posizioni più radicali e questo però si scontra con la realtà del far politica assieme”.
In particolare, la contesa forte dentro i democratici riguarda chi andrà ad occupare le posizioni decisive all’interno del governo Biden, influenzandone quindi le politiche.

“In quel momento in cui c’è stata incertezza sui voti, in cui si rischiava in cui Trump vincesse – sottolinea Zamponi – è arrivata un’offensiva molto forte, anche da parte dell’establishment mediatico centrista, che ha fatto della sinistra in qualche modo il capro espiatorio del mancato trionfo”.
Ora che la maggioranza al Senato non c’è e alla Camera è più risicata, quindi, il tentativo è quello di utilizzare la sinistra interna come un capro espiatorio.
“Il tentativo – prosegue il giornalista di Jacobin Italia – è quello di dire: ‘ci hanno accusato di essere radicali per colpa vostra’”.
In realtà, l’avversione dell’establishment democratico verso le posizioni di sinistra non è nuova. Anche durante le primarie si è fatto di tutto affinché Bernie Sanders non risultasse il vincitore e prevalessero posizioni più moderate.

“Una scelta ora di riempire l’Amministrazione di personaggi non tanto e non solo dell’ala moderata del partito, ma addirittura repubblicani o appartenenti al mondo finanziario – osserva Zamponi – sarebbe una scelta molto pericolosa“.
In effetti c’è un precedente. Dopo la sua elezione nel 2008, Barack Obama decise di operare una scelta simile all’ipotesi citata, deludendo fortemente la base, che infatti lo punì nelle elezioni di mid-term 2010, facendogli perdere le elezioni in Parlamento.

ASCOLTA L’INTERVISTA A LORENZO ZAMPONI: