Anche Bologna e più precisamente Làbas, il centro sociale in cui ha militato per un periodo, si unisce alla richiesta di verità e giustizia per Mario Paciolla, il giovane napoletano trovato morto in Colombia, dove stava lavorando per un progetto di pace tra le istituzioni locali e gli ex ribelli delle Farc.
Inizialmente considerata un suicidio, la sua morte presenta invece molti punti oscuri, al punto che le autorità locali hanno iniziato ben presto ad indagare per omicidio.

Mario Paciolla, i dubbi sulla morte

Il 15 luglio scorso il corpo di Mario è stato trovato nella sua casa di San Vicente di Caguan. Il suo corpo presentava ferite da taglio, ma le circostanze in cui è stato trovato facevano inizialmente pensare che si fosse tolto la vita. Il suicidio potrebbe dunque essere stato inscenato per depistare le indagini, che ora vertono sull’ipotesi di omicidio.
Secondo alcune ricostruzioni, il giovane negli ultimi anni si era mostrato preoccupato al telefono con la madre ed aveva acquistato un biglietto per tornare in Italia.

Sul palazzo del Comune di Napoli è apparso uno striscione che recita “Giustizia per Mario Paciolla” e gli amici parlano esplicitamente di un caso simile a quello di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso in Egitto.
Sulla piattaforma Change.org è apparsa una petizione che chiede di fare chiarezza sulla morte del giovane.
La petizione è indirizzata al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che in un colloquio con il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha già mostrato disponibilità a seguire la vicenda.

La militanza a Làbas

Mario ha frequentato per un periodo a Bologna, dove ha militato nel centro sociale Làbas, quando si trovava nell’ex-caserma Masini.
A farlo sapere è lo stesso centro sociale, che su Facebook ha scritto: “Abbiamo conosciuto Mario Paciolla all’ex caserma Masini occupata. Mario ha contribuito per un periodo, con generosità, ad alcune attività di Làbas prima di trasferirsi in Colombia. La notizia della sua morte per circostanze affatto chiare mentre svolgeva una collaborazione con l’Onu ci lascia sgomenti: ci uniamo all’appello della sua famiglia, dei suoi amici e dei suoi compagni per chiedere verità e giustizia per Mario”.

“Oltre alla tragedia in sè, la cosa che ci ha sconvolti è la pochissima visibilità che la vicenda ha avuto sui media italiani – osserva ai nostri microfoni Irene, di cui Mario era un conoscente – Le notizie si trovano solo nelle cronache partenopee, quasi come se fosse una questione della città di Napoli, mentre è morto un cooperante italiano”.
Per questo motivo, aggiunge l’attivista, gli amici di Mario hanno creato anche una pagina Facebook, con lo scopo di dare maggiore visibilità alla vicenda e diffondere informazioni.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD IRENE: