Ha debuttato ieri, 15 maggio al Teatro Storchi di Modena Ana contra la muerte scritto e diretto da Gabriel Calderòn. L’aria era di festa e una musica sudamericana ballabile ha accompagnato il pubblico nel prendere posto in sala o nei palchi. E’ stata effettivamente una festa, una pausa felice prima di essere ributtati fuori nella realtà pandemica, in cui tutti e tutte ci siamo prese gioco della morte, sperando di averla battuta, almeno per il momento e una pausa per fare i conti con tutti i lutti lasciati alle spalle pre o post pandemici.

Il teatro non poteva riaprire senza una riflessione sul tema della morte e quindi sulla sua estrema naturalità e certezza e quindi, di conseguenza sulla eccezionalità della nostra nascita. Il drammaturgo e regista uruguaiano Gabriel Calderòn ha inteso riflettere proprio sulle motivazioni per cui rifiutiamo la morte. Non per paura, né per il dolore, afferma, “ma perché gli innaturali siamo noi, perché la morte è la regola che corregge l’eccezione della nostra nascita”.

Ana contra la muerte è uno spettacolo vitale che scatena pensieri e sentimenti anche contraddittori tra loro. Si solidarizza inizialmente con una madre che lotta per salvare la vita del figlio che ha un cancro con metastasi. Ha già affrontato l’amputazione di una gamba del bimbo e lo vede rifiorire, tornare alla vita. La gioia dura il tempo di un concerto, dell’inaugurazione della nuova protesi e poi, su di lei cala la terribile notizia del ritorno del tumore. Servono soldi per cure sperimentali, soldi che non ha e per trovarli smette di essere la “buona madre” che tutti ci aspetteremmo, quelle delle serie TV capaci di restare accanto e fare la cosa giusta in ogni momento per sostenere i propri cari restando sempre impeccabili e virtuose.

Ana non è così. Ana delinque per tentare di trovare i soldi che servono per le cure sperimentali del figlio. In quel percorso di discesa agli inferi gran parte del pubblico non sta con lei, sta dalla parte dell’amica che la scongiura di restare accanto al figlio e di non rischiare di finire in galera perdendo anche la possibilità di accompagnarlo fino alla fine. Ana non ascolta le voci di buon senso. Ana è disposta a tutto pur di trovare quel denaro. Ana finisce in carcere in un paese straniero per aver tentato di introdurvi stupefacenti. Davanti alla giudice, anch’essa madre, Ana ammette che di non essere mai stata sfiorata dal pensiero del danno che poteva portare ad altre madri il suo gesto, a quelle madri che vedono morire i propri figli distrutti dalla droga. Ana è una mula. Porta i suoi pesi sulla groppa come da secoli fanno i muli e va avanti seguendo l’ordine che si è auto imposta: salvare la vita di suo figlio senza tener conto del buon senso, delle leggi, della morale. Davanti alla giudice che riporta il discorso sul piano della giustizia, della morale, della responsabilità di ogni individuo rispetto al benessere dell’intera comunità, il pubblico, che ha appena applaudito la amorale confessione di Ana, si trova nella condizione di scegliere da che parte stare. Dalla parte dell’amica, della giudice, della legge, della morale, della giustizia sociale, o dalla parte di una madre che non esiterebbe a rubare, uccidere, a violentare se questo potesse tenere in vita il figlio.

Di fronte a una trama che non ti aspetti, a scelte che non ti aspetti immaginando di seguire una “brava madre” nel suo percorso di accettazione della morte del figlio, Ana contra la muerte scuote ed emoziona. Come le compagne di cella della protagonista si finisce per temere Ana e la sua furia, eppure resta nel profondo una solidarietà inesprimibile verso una donna che, pur colpevole di aver cercato nelle strade sbagliate l’aiuto che le serviva, aveva diritto forse a non dover nemmeno pensare di intraprendere quelle strade, aveva diritto ad avere gratuitamente quelle costose cure per il figlio, aveva diritto di chiedere alla medicina l’impossibile per trovare una cura per la situazione specifica del suo bene più caro.

Non era “giusto” che un bambino si ammalasse di tumore e fosse costretto a passare il suo poco tempo in questa vita in un letto d’ospedale, non c’era nulla di giusto nella sua situazione di donna senza possibilità economiche e senza una famiglia alle spalle che potesse sostenerla. In un mondo in cui non si vede attorno giustizia, in un mondo alla rovescia, è facile pensare di essere in diritto di compiere azioni contrarie al rispetto dell’altro da sé, azioni che servono unicamente a perseguire il proprio obiettivo, per quanto dettato dalla natura di mammiferi protettori della propria prole.

Il giovane drammaturgo Gabriel Calderòn riconosciuto come uno dei maggiori talenti della drammaturgia contemporanea, nello scrivere questo spettacolo ha cercato una nuova strada che lasciasse da parte l’umorismo e la fantasia suoi marchi di fabbrica nei precedenti lavori, per indagare la forma del dialogo e la possibilità di raccontare, attraverso questo strumento originario del teatro, il dolore per la perdita di un figlio. Se la necessità di esprimere questo dolore è stata occasionata dalla morte della sorella di trentacinque anni, Calderòn è andato oltre il particolare dolore di sua madre e della sua famiglia verso la sorella, a voler rappresentare sulla scena una realtà più irreale della realtà che ogni giorno viviamo in un contesto pandemico, e insieme una realtà più dura di quella che ogni famiglia “borghese” può trovarsi ad affrontare.

Calderòn, fin dall’introduzione sdrammatizzante iniziale, fa dire alle attrici in scena che quello che vedremo è una pausa dalla vita reale e insieme qualcosa di non reale, più nero e cupo e insieme evanescente come le sostanze di cui sono fatti i sogni di shakespeariana memoria.

Nel finale, su un fondale da teatro ottocentesco di empireo, dell’alto dei cieli, come in un sabba, si danza ed è la danza delle cacciatrici della morte, delle fiere belluine che lotteranno fino all’ultimo respiro per contrastarla e giocarla al suo stesso gioco. E’ teatro, almeno sul palcoscenico si può festeggiare la momentanea vittoria sulla morte e sognare la sua definitiva sconfitta non per ottenere l’immortalità, ma piuttosto uno scacco matto fino alla prossima partita.

Plauso sincero all’idea drammaturgica, alla resa registica, alla scenografia di Paola Castrignanò che costruisce un teatrino, con dentro scatole sceniche via via sempre più piccole a rappresentare scenari più angoscianti, con un respiro verso il cielo, per quanto illusorio e di cartone, a sancire definitivamente la finitezza e materialità del vivere. Va menzionata la protagonista Anna Gualdo che è stata convincente e senza cedimenti. Complimenti anche alle giovani attrici selezionate tra le partecipanti alla scuola di perfezionamento di ERT intitolato a Iolanda Gazzero che hanno offerto alla protagonista quella possibilità di dialogo serrato, doloroso e capace di frugare nel profondo degli animi. Un pensiero commosso, nel finale, sarà andato da parte ci ciascuno e ciascuna a chi abbiamo visto o immaginato nella sua personale caccia alla morte e che è infine caduto o caduta nell’instancabile attacco sferrato alla signora morte. Guardando quelle giovani allieve sul palco dello Storchi, che studiano nel nome di Iolanda, mi è venuto da pensare proprio a lei, a quella Iolanda che tempo fa sicuramente ha lottato strenuamente con la signora morte con la grinta che sempre aveva e con il sorriso sereno che dispensava, come dolce tutor, di altri e altre aspiranti dominatrici e dominatori dei propri sogni.

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