È spontaneo, è partecipato, ma ha il “vizio” di avere contenuti veri e forti, quindi non invoglia la stampa mainstream a parlarne diffusamente o a dedicargli le prime pagine. Si tratta del flash mob femminista “Un violador en tu camino“, che si sta replicando in diversi contesti del mondo.
Nato in Cile dal collettivo Lastesis come risultato di un’indagine che il collettivo ha realizzato sullo stupro nel Paese, il flash mob ha già viaggiato in tutta l’America Latina, in tutta l’Europa, ma anche in Turchia, in India e in Australia.

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Violador

Un violador en tu camino: un messaggio chiaro

E non è colpa mia / né di dove ero / né di cosa indossavo: lo stupratore sei tu“. Le frasi salienti del flash mob mettono all’indice la retorica patriarcale secondo cui, in casi di stupro o femminicidio, le vittime avrebbero parte della colpa, poiché avrebbero “provocato” l’aggressore.
Una retorica talmente tanto radicata e sistemica da indurre le femministe ad evidenziare i contesti in cui viaggia: “Lo stupratore sei tu / Sono gli sbirri / I giudici / Lo Stato / Il presidente“.
C’è una ragione precisa per cui anche lo Stato viene definito “oppressore”. Secondo i dati della rete cilena contro la violenza contro le donne, ogni giorno vengono denunciati alla polizia 42 casi di abusi sessuali, ma circa un quarto dei casi si conclude con una decisione giudiziaria, di cui appena l’8% a favore della vittima.

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Il significato dei movimenti del flash mob

Durante l’iniziativa bolognese di domenica scorsa, una compagna cilena ha spiegato il significato dei movimenti e dell’abbigliamento utilizzato durante il flash mob. “Quello che noi definiamo come sentadillas, il movimento che facciamo scendendo sulle ginocchia – racconta – è il movimento che viene chiesto di fare alle donne arrestate durante le manifestazioni in Cile dopo che si sono denudate”. Allo stesso modo la fascia nera sugli occhi, che alcune partecipanti indossano durante la performance, era inizialmente simbolo della vulnerabilità delle donne. “Da quando sono iniziate le manifestazioni però – spiega la compagna cilena – è diventata un’accusa contro le forze dell’ordine che sparando pallottole di gomma, rendono ciechi i manifestanti”.

No significa no, lo capisce anche un cane

Sull’argomento, sempre a livello comunicativo, sui social sta tornando a girare un post scritto da Bree Wiseman, un’attivista statunitense che nel 2017 spiegò in modo molto efficace perché il cosiddetto “victim blaming” (colpevolizzazione della vittima) sia sbagliato.
Per renderlo comprensibile anche ai più ostinati, la donna ha postato la foto del suo cane di fianco al tavolo mentre lei cenava con una bistecca.
“Alle persone che dicono che le donne vengono violentate a causa del modo in cui sono vestite – scrive Bree – Questo è il mio cane. Il suo cibo preferito è la bistecca. I suoi occhi sono al livello del mio piatto. Non si avvicina perché gli ho detto di no. Se un cane si comporta meglio di te, devi rivalutare la tua vita. Sentiti libero di condividere, il mio cane è adorabile”.