Eminente compositore sudamericano che, pur con alcune esperienze cinematografiche nel suo paese d’origine per film di propaganda, si è successivamente trovato decisamente a malpartito con l’industria dell’intrattenimento hollywoodiana e le sue regole a dir poco singolari, tirandosene fuori con rabbia e riutilizzando il materiale già composto per l’occasione, facendolo confluire in una sorta d’immenso affresco sinfonico-corale dalle caratteristiche decisamente particolari.

Ogni paese, o quasi, ha il suo “Giuseppe Verdi”, ovvero quello che potrei definire il suo “compositore-bandiera”, colui che ne sintetizza nel modo più evidente le caratteristiche nazionali e nel caso del Brasile, è persino scontato e banale, affermare che detto ruolo è stato assunto da quello straordinario e prolifico musicista rispondente al nome di Heitor Villa-Lobos (5 marzo 1887 – 17 novembre 1959), senz’altro fra coloro che hanno contribuito ad elevare il livello della musica colta latinoamericana ad una dimensione internazionale, fondendola mirabilmente con elementi autoctoni e popolari, con una sensibilità decisamente moderna ed altamente originale, più unica che rara!

Nel 1958, alla Metro Goldwyn-Mayer, in vista della realizzazione di “Green Mansions” (titolo italiano “Verdi dimore”), tratto dall’omonimo romanzo di William Henry Hudson, prodotto da Edmund Grainger, con la regia di Mel Ferrer e con Anthony Perkins, Audrey Hepburn (allora moglie del regista), Lee J. Cobb ed Henry Silva fra gli interpreti, pensarono che sarebbe stato un bel colpaccio per Hollywood, assicurarsi la collaborazione del “mitico” compositore brasiliano per la colonna sonora, il quale, una volta contattato, aderì alla proposta con entusiasmo. – Soltanto che, le sue scarse esperienze cinematografiche si erano avute fra il 1930 ed il 1945, per alcuni film di propaganda promossi dal primo governo del presidente populista Getùlio Vargas (il titolo più noto è “O descobrimento do Brasil” del 1936, di Humberto Mauro, dalle cui musiche l’autore trasse nel ’52, 4 suites da concerto), in un clima e con dei criteri realizzativi ben diversi da quelli degli studi hollywoodiani. Nel caso di “Green mansions”, il compositore, senza premurarsi minimamente di visionare preventivamente qualche sequenza della pellicola, nè tantomeno di seguirne la realizzazione, ma semplicemente sulla traccia della sceneggiatura di Dorothy Kingsley precedentemente inviatagli, giunse ad Hollywood con una partitura già completa sottobraccio, per cui, quando si sentì dire dai responsabili della produzione che la sua musica non si adattava affatto al ritmo delle sequenze del film, con molta ingenuità replicò: “Beh, allora adattate il film alla musica!”, al che, naturalmente, gli risposero picche, prourandogli una bella arrabbiatura!

Arrabbiatura che aumentò quando scoprì che la produzione gli aveva pure affiancato un altro compositore, l’esperto Bronislau Kaper. A questo punto, vista la mala parata, Villa-Lobos si ritirò dal progetto, per cui a Kaper non rimase che creare ex-novo la colonna sonora, inglobando però una parte del materiale di Villa-Lobos, avvalendosi dell’apporto di Sidney Cutner e Leo Arnaud (questi ultimi, a differenza di Kaper e Villa-Lobos, non accreditati nel film). Peraltro, quando nel ’59, uscì questo titolo, l’accoglienza si risolse in un fiasco colossale sia da parte del pubblico che della critica. Lo stesso musicista brasiliano lo andò a visionare rimanendone talmente disgustato, da decidere di riutilizzare il materiale composto per la circostanza, per creare una nuova composizione (pur se stando a quanto dichiarato da Alfred Heller, suo discepolo, in realtà la musica era già stata completata nel dicembre ’58). – / / – Fu così che, nella primavera dello stesso ’59, a New York, si ebbe la prima assoluta di “Floresta do Amazonas”, sorta di vasto poema sinfonico in forma di cantata in 23 sezioni, su testo in portoghese di Dora Vasconcellos, per soprano, coro maschile ed un’orchestra comprendente un vasto armamentario di percussioni, una parte delle quali tipicamente brasiliane, oltre ad includere il solovox, un nuovissimo, per l’epoca, strumento elettronico antenato degli organi elettrici e dei sintetizzatori, che si sovrappone ai vocalizzi del soprano (anche se, personalmente, al solo ascolto, non l’ho avvertito affatto, a dir la verità). Gli interpreti erano il soprano Bidu Sayao, con la Symphony of the Air and Chorus diretti dal compositore, gli stessi che ne incideranno poco dopo, stereofonicamente, un’ampia selezione per il reparto discografico della United Artist.

Fu però soltanto verso la metà degli anni ’90 che, grazie ad Alfred Heller, si giunse, attraverso un paziente e minuzioso lavoro di ricostruzione attraverso le varie fonti disponibili, ad una prima incisione discografica pressochè integrale, la stessa che si ascolterà nella presente trasmissione, effettuata allo Studio 5 della Casa Statale per la Radiodiffusione e Registrazione di Mosca,nei mesi di novembre e dicembre del ’94 ed aprile del ’95, col soprano Reneé Fleming, il Coro Maschile dell’Istituto di Fisica ed Ingegneria di Mosca condotto da Nadezda Malgavina e l’Orchestra della Radio di Mosca diretti dallo stesso Heller, incisione uscita originariamente per la Russian Disc nella collana Consonance e ripubblicata dalla Delos nel 2001. Nel 2007, il musicologo e direttore Roberto Duarte preparò una nuova edizione critica di “Floresta do Amazonas”, base per un’incisione col soprano Anna Korondi ed i complessi corali ed orchestrali di San Paolo in Brasile, diretti da John Neschling, per la Bis Records, uscita nel 2010, ultima in ordine di tempo.

—- Gabriele Evangelista ——