Storia picaresca di uno strambo trio di disperati alla ricerca di un’effimera prosperità, il film “The treasure of the Sierra Madre” (1948), con Humphrey Bogarth protagonista, viene considerato il capolavoro registico assoluto di John Huston.

Per questa pellicola, Max Steiner compose l’ennesima colonna sonora di grandissimo pregio, un rutilante e sgargiante affresco sonoro di circa un’ora dai toni a tratti spagnoleggianti, che amplifica e risalta la dimensione narrativa della vicenda, affidandosi dal 1946 fino al 1965 (anno del suo ritiro), ad un altro orchestratore, Murray Cutter, classe 1902, originario del sud della Francia, poichè il suo precedente orchestratore di fiducia, Hugo Friedhofer, aveva deciso di mettersi in proprio, come spesso succede.

Scritta in un periodo in cui Steiner era particolarmente oberato di lavoro (nel solo ’48, anno del suo 60° compleanno, realizzò complessivamente una dozzina di colonne sonore), risulta comunque uno dei suoi titoli più riusciti, segno che la qualità del suo operato non ne risentiva affatto. L’organico orchestrale utilizzato è assai particolare e complesso, poichè, oltre ad una grande orchestra da studio cinematografico con coro, usa particolari strumenti per rendere l’atmosfera straniante della “febbre dell’oro” che attanaglia progressivamente i 3 personaggi principali con non pochi passaggi singolarmente dissonanti, quali 2 arpe, 2 pianoforti, celesta, 2 vibrafoni, campanelli, triangolo, piatti sospesi di varia misura. Altri strumenti impiegati come fisarmonica, chitarre, marimbe, xilofoni, tamburi messicani e shaker, sono utilizzati per enfatizzare il colore locale. A tutto ciò s’aggiungono sassofoni, armonica a bocca (!) e 4 mandolini. Non per niente “Il tesoro della Sierra Madre” fu una delle produzioni più dispendiose dell’epoca, per la Warner Brothers.

Queste musiche, oggetto della puntata in onda giovedì 5 novembre, sono proposte nella ricostruzione del tandem Morgan/Stromberg, registrata nell’ottobre del ’99 negli studi della Mosfilm, col Coro e Orchestra Sinfonica di Mosca, per la Naxos Records.

Approfitto di questo spazio per dire alcune cosucce riguardo alla prassi, soprattutto hollywoodiana, d’affiancare al compositore titolare un arrangiatore/orchestratore (non avendo idea, però, da che cosa originasse). Prassi che faceva infuriare sovente i compositori non adusi ad operare in ambito cinematografico, con inevitabili, clamorose, irreversibili fratture, mentre per gli altri, gli atteggiamenti possibili erano sostanzialmente due: o pragmatico, come nel caso dei 3 “viennesi” che furoreggiavano nel periodo d’oro (Korngold, Waxman, Steiner), dando all’arrangiatore/orchestratore di fiducia istruzioni sia verbali che scritte (nel caso di Steiner, una vera e propria partitura ridotta) talmente stringenti e dettagliate da fargli fare esattamente ciò che desiderano (con grande sollievo del designato), oppure più spregiudicato, affidando al tapino il minimo sindacale, ovvero una manciata di materiale grezzo al pianoforte (come nel caso di Richard Rodgers e del suo orchestratore Robert Russell Bennett, emblematico a questo proposito “Victory at Sea”), il quale dovrà poi svilupparlo ed orchestrarlo (a volte dannandosi letteralmente l’anima per dare ritmo e nerbo a materiale linfatico all’origine) in maniera da assicurargli almeno quel minimo di coesione musicale (situazione molto frustrante per l’incaricato), risultando, a conti fatti, assai più autore del titolare, ma ritrovandosi col proprio nome nei titoli di testa (o di coda), scritto in caratteri assai più piccini di quest’ultimo, quando va bene! Non per niente costoro, se potevano, passavano dall’altra parte della barricata, divenendo a loro volta compositori titolari. Rara eccezione a tal proposito, Bernard Herrmann, il quale, fin dall’inizio, non tollerando intrusioni, s’impose sovraintendendo personalmente a tutte le fasi di realizzazione della colonna sonora.

—- Gabriele Evangelista —-