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Grazie anche alla perfetta simbiosi fra immagini e musica, questi documentari, emblema del “New Deal” rooseveltiano, ottennero un successo senza precedenti presso il grande pubblico, costituendo un autentico modello e pietra di paragone per le realizzazioni a venire.

Come direbbero gli anglosassoni, “double bill”, biglietto doppio, poichè, sia pure soltanto per il mese corrente, la fascia oraria dalle 20 alle 21, priva di pubblicità, mi consente, stavolta, di far trasmettere ben 2 colonne sonore integrali senza problemi! Del compositore in questione, Virgil Thomson (1896-1989), propugnatore di un linguaggio più idiomatico, in netta contrapposizione al sinfonismo tardoromantico prevalentemente austrotedesco, furoreggiante presso la grande industria cinematografica, ho già trattato in precedenza. In questa sede, ci si riferisce al paio di sue sortite più celebri e celebrate, in tale ambito.

La prima, “The plow that broke the plains” (“L’aratro che distrusse le pianure”, ’36), per l’omonimo documentario di Pare Lorentz, incentrato su “dust bowl”, ovvero la tempesta di sabbia e vento che, l’anno prima, aveva devastato le pianure agricole dell’America centrale e su come le autorità intervenivano in soccorso delle popolazioni colpite. Imprevedibilmente, l’enorme successo di questo documentario, prodotto da un organismo governativo, indusse Hollywood a boicottarne la distribuzione, ma questo non impedì che fosse premiato come miglior documentario al Festival del Cinema di Venezia del ’38, battendo “Olympia” di Leni Riefenstahl e che la sceneggiatura, dello stesso Lorentz, candidata al Premio Pulitzer, venisse definita da James Joyce: “Il più bel testo in prosa che abbia mai udito da 10 anni.” Apprezzamenti pure per la musica (nel film diretta da Alexander Smallens), tra cui quello di Aaron Copland: “per la sua spontaneità espressiva ed ampiezza d’orizzonti”, definendola anche “più fresca, più semplice e più personale” rispetto alla consuetudine hollywoodiana.

Sull’onda di questo grandissimo successo, l’anno dopo, con uomini, mezzi e fondi economici aumentati (per la serie “squadra che vince, non solo non si cambia… ma si amplia!”), Lorentz realizzò “The river”, bissando trionfalmente l’esito dell’anno prima, con grandissima irritazione da parte di quelli di Hollywood, che chiesero ed ottennero la soppressione dell’organismo governativo che l’aveva finanziato. Questo documentario, girato sguinzagliandosi per ben 14 stati dell’Unione (contro i 4 del titolo precedente), tratta del fiume Mississippi, del suo sfruttamento progressivo e dei danni prodotti dagli insediamenti umani e di come le autorità vi pongano rimedio, attraverso la conservazione del suolo, la riforestazione, la riambientazione e la creazione d’un efficace sistema di dighe, tramite il quale controllare il flusso dell’acqua, oltre che produrre energia elettrica. Anche in questo caso, come nel precedente, gli intenti propagandistici inneggianti al “New Deal”, vennero ampiamente offuscati dall’elevatissimo risultato artistico conseguito, non ultima la musica (nuovamente diretta da Smallens, nel film) dello stesso Thomson, definita, sempre da Copland: “Una lezione su come trattare ‘Americana’ “, ovvero su come adottare uno stile più idiomatico e genuino.

Nondimeno, lo stesso Copland, ruberà, per così dire, a Thomson, l’utilizzo di una canzone da cowboy, udita in “The plow that broke the plains”, inserendola nel suo balletto “Rodeo” (’42). Per contro, un frammento delle musiche per “The river”, venne riutilizzato in un film televisivo di alcuni decenni fa, “The day after” (fu la prima volta che udii le musiche di Thomson).

Postludio: “L’importanza dell’incisione proposta in trasmissione, risiede nel fatto che è l’unica che comprende le musiche integrali di queste 2 colonne sonore, anzichè le relative suites da concerto realizzate in seguito dall’autore, che omettono però diverse pagine musicali. Per la cronaca, Virgil Thomson arrivò a collaborare a soltanto 8 produzioni indipendenti in totale, ad ulteriore riprova di quanto fosse marginalizzato dalla grande industria cinematografica, nonostante i suoi indubbi meriti!


Gabriele Evangelista