“Ovvero: un motel non particolarmente comfortevole!”

Bisogna notare che “Psyco” (1960) è l’ultimo titolo di una serie continua d’autentici capolavori realizzati da Alfred Hitchcock, perlomeno a partire da “The rear window” (“La finestra sul cortile” – 1954), passando per “To catch a thief” (“Caccia al ladro”) e “The trouble with Harry” (“La congiura degli innocenti”), ambedue del ’55, seguiti dalla seconda (ed assai migliore, con buona pace dei cinefili/cinofili)) versione di “The man who knew too much” (“L’uomo che sapeva troppo” – ’56), da “The wrong man” (“Il ladro” – ’57), da “Vertigo” (“La donna che visse due volte” – ’58) e da “North by northwest” (“Intrigo internazionale” – ’59). Ci sarà una pausa interrotta nel ’63 da “The birds” (“Gli uccelli”), a cui farà seguito il criticatissimo “Marnie” del ’64, il discusso “The torn curtain” (“Il sipario strappato” – ’66), causa della definitiva rottura del sodalizio Hitchcock/Herrmann, tacendo degli ultimi 3 controversi titoli del maestro del brivido.

“Psyco” si trova quindi ad essere al contempo al culmine ed al termine di quello che è forse il periodo più felice, dal punto di vista creativo, del regista anglosassone. Nato inizialmente come produzione televisiva a basso costo, questo spiega in buona parte l’utilizzo di una fotografia d’un bianco e nero particolarmente livido, quasi espressionista (ma anche stavolta i titoli di testa sono opera del fido Saul Bass), così come l’adozione d’un’orchestra a ranghi ridotti di soli archi da parte di Bernard Herrmann. Ma quando, come in questi casi, i grandi artisti lavorano per sottrazione, l’esito espressivo ne risulta persino amplificato, come “Psyco” dimostra perentoriamente, imponendosi da subito come un titolo epocale, con alcune sequenze rimaste giustamente celeberrime.

Per questo film Herrmann crea la sua partitura più allucinata, inquietante, straniata, fatta più di incisi che di temi veri e propri, perfetto complemento (oserei affermare, in osmosi) all’atmosfera perenne da incubo notturno disperato che pervade l’intera vicenda, in cui manca programmaticamente ogni parvenza d’umanità. Inizialmente, per la famosa scena della doccia, Hitchcock non voleva alcuna musica, ma per nostra fortuna, il compositore, con un’appropriata dimostrazione, lo convinse del contrario.

Così ne scrisse il critico Roberto Pugliese su “Hitchcock in musica”, in “Cinema e cinema”, n.25/26, Marsilio Editore, Venezia, 1980: “Psyco (…) è un esperimento per Herrmann; il musicista compone una partitura esclusivamente per archi, allo scopo di tradurre in ‘bianco e nero sonoro’, il geometrico, livido, bianco e nero della pellicola. Il risultato è una musica cimiteriale, spesso sussurrata, con largo uso di sordine e scarsi ‘fortissimi’, dove l’omogeneità timbrica si trasforma in avviluppante effetto psicologico.” Concordo pienamente, non avrei potuto dirlo meglio!

Herrmann compose l’intera partitura (una quarantina di brani) nell’arco d’un mese, precisamente dal 12 gennaio al 12 febbraio 1960, per un organico d’una cinquantina d’archi comprendente 14 primi violini, 12 secondi violini, 10 viole, 8 violoncelli e 6 contrabbassi. Nel 1968, l’autore registrò una breve suite da concerto, “Psyco: A Narrative For Orchestra”, composta da 9 estratti, di circa 14′ complessivi, con la London Philarmonic Orchestra, per la Decca/London, in seno ad un disco apparso nella collana “Phase 4 Stereo”, intitolato “Music for the Great Movie Thrillers”. Questa suite ebbe una notevole fortuna nelle sale da concerto di tutto il mondo. In seguito, precisamente il 2 ottobre 1975, alla Banking Assembly Hall di Londra, lo stesso compositore effettuerà una registrazione (quasi) integrale della partitura, con la National Philarmonic Orchestra, per la Unicorn-Kanchana, giustamente criticata all’epoca per essere piuttosto letargica e ponderosa. Purtroppo all’epoca, Herrmann era già stanco e malato (morirà poco più d’un anno dopo) e pare che in alcuni brani si sia fatto sostituire dal fidato Laurie Johnson. Il suo approccio, pur corretto musicalmente, risulta decisamente meno energico rispetto alla suite incisa nel ’68. Nell’81, questa tarda incisione di Herrmann, verrà ristampata anche in Italia, nella collana economica RCA Cinematre. L’ho riascoltata nei giorni scorsi e l’impressione generale di plumbea staticità, permane, tanto da farmi risultare sinistramente ironica una scritta di copertina che così recita: “Un disco che non vi farà dormire”. Sinceramente, a me, più d’uno sbadiglio, l’ha provocato!

Al contrario, mi ha fatto letteralmente saltare sulla sedia l’incisione che vi propongo, ovvero quella definitiva della partitura integrale, effettuata da Joel McNeely con la Royal Scottish National Orchestra, il 5 settembre 1996, alla City Halls di Glasgow, per la Varèse-Sarabande. Qui il direttore sceglie d’attenersi ai ritmi ed alla successione delle sequenze del film, includendo comunque alcune sezioni precedentemente inedite, con un risultato finale assai più energico ed incisivo. Buon ascolto!

“Un tocco di classico” va in onda ogni giovedì alle ore 24, in streaming ed in fm 103.1 mhz!

—- Gabriele Evangelista —-