La pandemia di Covid-19 è sicuramente tragica e catastrofica, ma ha una sorta di merito: portare a galla tutte le contraddizioni del nostro mondo. Uno dopo l’altro vengono al pettine tutti i nodi che, nelle mille sfaccettature, sono riconducibili alla stessa radice: la diseguaglianza.
Mai come oggi, a causa di un invisibile virus, il castello di carte della narrazione liberale e capitalista crolla sotto i colpi della realtà e il nostro compito preciso deve essere quello di evidenziarlo, di spiegare come il problema sia endemico e strutturale, non dettato da una contingenza emergenziale.

Un mondo di contraddizioni

Il primo aspetto da prendere in esame è, per forza di cose, quello sanitario. In pochi giorni dall’inizio dell’epidemia in Italia è stata spazzata via una retorica durata decenni e propagandata da una socialdemocrazia venduta al capitale: la sussidiarietà. Ricordate quanti amministratori locali ci hanno detto – e sembravano convinti – che l’intervento del privato nei servizi pubblici non solo era necessario, ma addirittura giusto? Ricordate come ci hanno assicurato che il controllo sarebbe rimasto pubblico e l’obiettivo sarebbe rimasto il bene comune, nonostante la mission del privato, per sua natura, sia il profitto? Beh, mentivano.

In molti hanno notato l’assordante silenzio della sanità privata in questa emergenza. Di colpo, le centinaia di strutture sanitarie convenzionate sembrano sparite e il peso grava sulle spalle delle lavoratrici e dei lavoratori del vecchio e malandato servizio pubblico, svilito e intaccato dai colpi dello smantellamento, delle esternalizzazioni, dei tagli funzionali agli obiettivi di bilancio.
Il personale della sanità pubblica, ben prima dell’inizio dell’epidemia, viveva una situazione di difficoltà, fatta di blocchi del turnover e turni lunghissimi.
Spiace constatare che non basterà un flash mob fatto di applausi ad esprimere loro apprezzamento. Quello che serve è che questo servizio venga rifinanziato corposamente e stabilmente. E se i primi passi in questa direzione si stanno muovendo, sarà nostro compito impedire che, finita l’emergenza, qualcuno torni a proporre una cura dimagrante.

Un’altra delle contraddizioni legate al tema della salute riguarda il suo accesso. Anche qui non si tratta di una questione nuova. Anche in assenza dell’attuale pandemia nel mondo ci sono milioni di persone che non hanno accesso alle cure, anche basilari. La divisione, però, non è solo geografica e non attiene alle sole diseguaglianze tra il cosiddetto mondo sviluppato e quello in via di sviluppo.
È anche una questione interna agli Stati e dipende dal modello sanitario adottato. Quello italiano, come sappiamo, è universalistico e ottempera in modo appropriato all’articolo 25 della Dichiarazione dei Diritti umani, indipendentemente dal potere e dalla disponibilità economica di ciascun cittadino.

Il negazionismo della pandemia del presidente statunitense Donald Trump o il cinico discorso del premier inglese Boris Johnson (“Preparatevi a perdere i vostri cari”), invece, evidenziano modelli basati sul reddito, che non riconoscono la salute come diritto universale. Chi ha i soldi può curarsi, chi non ce li ha è destinato ad ammalarsi e morire. L’assoluta assenza di morale di questi modelli sanitari è la manifestazione più lampante dell’ideologia del profitto, del capitalismo e del liberismo.

Libertà di movimento: un diritto selettivo

Alla fine del secolo scorso, il cosiddetto movimento No Global evidenziava, tra le altre, la contraddizione per cui la libertà di movimento è garantita alle merci e ai capitali, ma non alle persone.
Molti europei che stanno facendo esperienza in questi giorni della quarantena e della reclusione per decreto hanno potuto usufruire in questi anni di una libertà di movimento tra gli Stati dell’Unione sancita dal Trattato di Schengen. Non solo: appartenere al mondo occidentale – e, di nuovo: ricco – rende più agevoli gli spostamenti e i trasferimenti anche fuori dall’Area euro.
È quindi comprensibile che, abituati a questa libertà, molti cittadini scalpitino, evadano e impazziscano sia per non poter uscire di casa, ma anche per non potersi recare all’estero per vacanza, studio o lavoro.

Eppure, lo stesso Trattato di Schengen ha un volto oscuro, la faccia in ombra della medaglia, che riguarda i confini esterni. Lo abbiamo visto manifestarsi nitidamente al confine fra Turchia e Grecia, ma anche nel Mediterraneo. Le politiche di porti chiusi operate dal leader leghista Matteo Salvini non sono un’eccezione disdicevole rispetto alle politiche europee, ma sono l’interpretazione più stringente e plateale di misure che vanno nella stessa direzione.
In questi anni l’Europa e l’Italia hanno stretto onerosissimi accordi con i peggiori dittatori, da Erdogan ai tagliagole libici, per impedire l’accesso ai migranti. Il criterio di selezione è solo in parte etnico ma, ancora una volta, legato al censo. Al punto che la filosofa Adela Cortina ha coniato il concetto di “aporofobia”, paura dei poveri.

Non è finita. La libertà di movimento è messa in discussione anche all’interno degli stessi Stati e ciò avviene sulla base della nazionalità. Sebbene nel 2012 abbia ricevuto il premio Nobel per la Pace, la stessa Europa, quindici anni prima, ha introdotto la detenzione amministrativa. Centri di detenzione (che in Italia hanno assunto vari nomi: Cpt, Cie, Cpr) dove le persone venivano (e vengono) recluse non in base ad un reato che hanno commesso, ma in base ad un documento di cui sono sprovvisti.
Quando ci lamentiamo di non poter andare a fare aperitivo, passeggiare al parco, andare a ballare o viaggiare, dovremmo ricordarci che queste attività sono un privilegio che milioni di persone nel mondo non hanno.

Stare a casa, ma quale?

Stare a casa. È questa la direttiva tassativa che il governo italiano ha imposto ai cittadini nel tentativo di contenere l’emergenza sanitaria. Eppure il diritto alla casa è uno dei più disattesi nel nostro Paese, dove la rendita immobiliare, la speculazione e la proprietà privata sembrano feticci intoccabili.
Secondo le ricerche dell’Istat (che sono per forza di cose approssimative) i senzatetto in Italia si aggirano sulle 50mila unità. Un dato sicuramente sottostimato perché tra chi non ha una casa si trovano anche migliaia di migranti costretti all’irregolarità da una legislazione assurda e criminale.

Ad aggravare la situazione ci pensano gli sfratti. Nel 2018 sono stati emessi 56.140 sfratti e ogni giorno ci sono 153 nuovi provvedimenti di sfratto per morosità. In molti casi, si tratta di persone che hanno perso il lavoro o forme di reddito necessarie a poter pagare l’affitto: un problema che persiste anche ad anni di distanza dal picco della crisi economica.
I tagli al welfare provocati dalle politiche di austerity, da un lato, e l’appetito finanziario di multiproprietà immobiliari, dall’altro, negli ultimi anni hanno aggravato il problema attraverso gli affitti brevi turistici gestiti da piattaforme online della cosiddetta Gig Economy. La disponibilità di alloggi presenti sul mercato è diminuita e i prezzi, di conseguenza, sono aumentati.

Le amministrazioni pubbliche hanno fatto ben poco per contrastare questi fenomeni e in alcuni casi li hanno indirettamente assecondati. Eppure, nell’esercizio della loro funzione, gli enti locali dovrebbero attenersi ai dettati della Costituzione, che agli articoli 41 e 42 afferma che “L’iniziativa economica privata è libera”, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
E ancora: “La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”. Ad espropriare alloggi vuoti per darli a chi non aveva un tetto ci pensò, nel secondo dopoguerra, il sindaco democristiano di Firenze Giorgio La Pira.
Gli attuali amministratori non sembrano avere un decimo di quel coraggio.

Nei decreti del presidente del Consiglio dei ministri per fronteggiare l’emergenza sanitaria in corso non c’è un provvedimento che blocchi gli sfratti. I sindacati e le associazioni di inquilini stanno chiedendo a gran voce che Prefetture e Comuni adottino misure di questo tipo. Ciò è avvenuto a Torino, Milano, Firenze e Mantova. Ma le persone rischiano lo sfratto anche nelle altre città italiane e finire per strada o in un affollato dormitorio con una pandemia in corso espone ad evidenti rischi.

La contraddizione di genere

La chiusura delle scuole e la reclusione domestica sottolinea altre contraddizioni già esistenti, che attengono alle questioni di genere. Nella società patriarcale in cui viviamo, il lavoro di cura è quasi completamente sulle spalle delle donne. Sono loro che accudiscono i figli o gli anziani, puliscono casa e svolgono altre mansioni non retribuite e nemmeno riconosciute.
Ancora una volta, il peso dell’emergenza e di decreti presi dall’oggi al domani ha gravato sulle donne, costrette a restare a casa dal lavoro o a scapicollarsi per organizzare la vita famigliare.

Il movimento femminista Non Una Di Meno, che a causa delle restrizioni non ha potuto svolgere la quarta edizione del proprio sciopero, ha spiegato che il “ritorno alla normalità”, da tanti evocato e desiderato, per le donne non rappresenta un ritorno (o un arrivo) alla libertà, proprio per via di questa divisione sessuale del lavoro, in questo caso di cura.
Lo stesso movimento ha poi sottolineato che la stessa reclusione in casa per motivi sanitari, per molte donne non rappresenta un elemento di sicurezza, dal momento che la violenza di genere è agita tra le mura domestiche nell’80% dei casi.

Il lavoro precario e atipico ai tempi dell’emergenza

Già dai primi giorni delle ordinanze regionali, prima ancora che i decreti governativi operassero ulteriori strette, è apparsa chiaramente la contraddizione del mondo del lavoro. È da ormai 25 anni che le tutele del lavoro vengono attaccate e falcidiate e la precarietà lavorativa – che si fa esistenziale – appare nella sua drammaticità in modo più evidente proprio in questi giorni.
Sono decine di migliaia, se non centinaia di migliaia, le persone che non hanno garanzie contrattuali (malattia, permessi, ferie, ecc…) o che non possono accedere agli ammortizzatori sociali. Queste persone si trovano già ora senza reddito.

L’emergenza sanitaria ha avuto un impatto sugli esercizi commerciali, ma anche sulle partite iva, sul mondo della cultura e dello spettacolo (che già sconta il pregiudizio di non essere considerato un lavoro), ma anche su servizi di base, come quello delle educatrici ed educatori, delle e degli insegnanti e tante altre categorie che non dispongono del “noioso posto fisso”, come lo definisce la cinica retorica liberista per nascondere il proprio interesse ad aumentare i margini di profitto riducendo i diritti del lavoro.

Sono passate ormai tre settimane dall’inizio dell’emergenza e, in questo frangente, le istituzioni hanno balbettato, preso tempo e tergiversato davanti alle richieste pressanti di risposte di questo mondo precario. Gli stessi annunci del governo – 25 miliardi stanziati per fronteggiare l’emergenza – non è detto che si trasformino in misure a tutela di chi, proprio in virtù della legislazione vigente, è escluso già ora dai paracadute sociali.
Inutile dire che, qualora queste migliaia di lavoratrici e lavoratori restassero a bocca asciutta, l’effetto sarebbe catastrofico e investirebbe a catena tanti altri settori, come quello delle locazioni immobiliari sopra descritto.

Alcuni gruppi di lavoratrici e lavoratori e alcuni sindacati, in questa situazione, hanno evocato un “reddito di quarantena”. Si tratta di una forma di riconoscimento economico per chi, non per propria volontà, è costretto a non lavorare.
Di nuovo, la situazione emergenziale contingente suggerisce già quale possa essere la soluzione per le ingiustizie endemiche al nostro sistema economico e produttivo: il reddito universale.

Il feticcio della produzione e il ricatto “salute vs lavoro”

I decreti del governo per fronteggiare l’emergenza si sono fatti rapidamente più stringenti: prima sono state chiuse le scuole e limitate le iniziative culturali, poi sono stati limitati gli orari di bar e altri punti di ritrovo, fino alla chiusura di tutti i negozi ad eccezione di quelli essenziali, come alimentari e farmacie.
La ratio alla base di questi provvedimenti è semplice e comprensibile: limitare il più possibile gli assembramenti, in modo che il rischio del contagio venga ridotto.

Quello che invece è incomprensibile è che tutti i restanti settori produttivi non siano stati toccati dai decreti. Eppure, le persone che si recano in fabbrica o in un ufficio stanno a contatto con altre persone e si spostano, spesso su affollati mezzi pubblici, per raggiungere il luogo di lavoro. Ancorché non primaria ed essenziale, la loro produzione non è stata fermata e ciò è dovuto alle pressioni esercitate da Confindustria.

In questi frangenti è tornata a palesarsi un’altra contraddizione che avevamo già conosciuto all’Ilva di Taranto: la contrapposizione tra salute e lavoro. O, sarebbe più corretto dire tra salute e produzione e profitto.
Non nascondiamocelo: il fermo produttivo di tutta Italia avrebbe conseguenze pesantissime sull’economia e questo, se non cambia il nostro modello economico, si tradurrebbe in perdita di posti di lavoro ed altre conseguenze. Però, come ha affermato un sindacalista ai nostri microfoni per spiegare le ragioni di uno sciopero che ha dato il via ad un’ondata di agitazioni nelle fabbriche dell’Emilia Romagna, i lavoratori e le lavoratrici non sono carne da macello e se questo modello produttivo ci impone di scegliere tra salute ed occupazione, è il caso di cambiare il modello, non di condannare le persone.

Un manifesto per un mondo nuovo

Messa una dopo l’altra, le contraddizioni che stanno emergendo a causa della pandemia da Covid-19 rappresentano, in negativo, un manifesto politico. Le storture e le diseguaglianze che appaiono oggi sono in realtà il fondamento del sistema che regge il mondo. Il fatto che oggi siano più visibili, pur nella disgrazia, è una grande opportunità per metterle a fuoco.
Non solo. Chi si batte quotidianamente contro queste storture oggi ha un’occasione unica, forse l’ultima. Mai come oggi, infatti, la propaganda liberale e capitalistica ha una presa debolissima perché mai come oggi le persone stanno facendo esperienza diretta, nelle proprie condizioni materiali, di problemi preesistenti che, in buona o cattiva fede, venivano ignorati o snobbati.

È esattamente questo il momento di parlare con le persone e spiegare, ad esempio, l’importanza di un servizio sanitario universalistico, di un mondo del lavoro che preveda le stesse tutele per tutte e tutti, della casa come diritto fondamentale, della lotta alle discriminazioni di genere, eccetera.
È esattamente questo il momento in cui i rapporti di forza presenti nella società possono essere messi in discussione, perché mai come ora le persone comuni, quelle che vedono affievoliti i propri diritti e il proprio benessere, possono essere sensibili a questi discorsi.
È esattamente questo il momento di spiegare l’importanza di concetti come solidarietà ed uguaglianza, prima che la destra politica e ideologica riesca a riprendersi e cavalcare la tragedia orientandola verso una domanda di illusorio autoritarismo.

L’emergenza sanitaria, dunque, rappresenta l’occasione per ridisegnare il mondo e le sue regole.
Nessuno si illude che ciò sia facile o che il risultato sia garantito, sia chiaro. La controparte non è minimamente intenzionata a rinunciare o ripensarci e cercherà di trovare il modo di tradurre a proprio vantaggio una situazione che l’ha disarmata, togliendole gli artifici retorici.
È altrettanto vero, però, che se noi rinunciamo in partenza, magari adducendo scuse o strillando ai complotti e ai poteri forti, la colpa del mancato cambiamento sarà soltanto nostra e della nostra inettitudine.