Comincerà giovedì prossimo, 6 ottobre, la sedicesima edizione del Terra di Tutti Film Festival (Ttff), il festival di cinema sociale di Cospe e WeWorld. E quest’anno nel ricco programma c’è una sezione speciale dedicata alle giovani generazioni, spesso marginalizzate nel discorso pubblico. Tre eventi per altrettanti progetti che gli organizzatori portano avanti, intitolati OurFoodOurFuture, PeopleAndPlanet e #EuAidVolunteers.
È in questo contesto che, nella prima giornata del Ttff, alle 17.00 all’esterno della Sala Das in via del Porto 11/2, si svolgerà “Take the mic”, un evento focalizzato sull’autorappresentazione delle seconde generazioni.

Ttff, le seconde generazioni narrano se stesse

In un Paese che non riesce ad introdurre lo ius soli e nemmeno lo ius scholae, cioè che non riesce a riconoscere la cittadinanza a giovani italiani ed italiane figli di genitori stranieri, anche la narrazione della loro vita da parte dei media italiani è piena di stereotipi e cliché. È questa una delle ragioni che ha portato sempre più ragazze e ragazzi a “prendere il microfono”, a raccontarsi in prima persona attraverso diversi strumenti.
L’incontro al Ttff vuole fornire uno spaccato di questo fenomeno e, per farlo, ospiterà quattro diverse voci di giovani di seconde generazioni che hanno scelto di farsi protagoniste e autorappresentarsi.

A “Take the mic”, in particolare, interverranno la content creator Momoka Banana, la scrittrice Espérance Hakuzwimana, la stilista e imprenditrice Hind Lafram, moderate dalla scrittrice e podcaster Nadeesha Uyangoda. Quattro storie diverse, quattro mezzi espressivi differenti e un filo comune: la volontà di rompere i cliché che circolano sulle loro vite e raccontarle in prima persona.
«Sui media le seconde generazioni vengono raccontate come esperienze non italiane – osserva ai nostri microfoni Uyangoda – Molto spesso viene tralasciata la loro esperienza italiana in favore di una narrazione più esotica. Invece le nostre identità ed esperienze sono fatte di ibridismi e incontri».

Nadeesha ci racconta anche della sua esperienza da podcaster, nata dopo la scrittura del libro “L’unica persona nera nella stampa”. Il primo podcast creato, intitolato “Sulla razza”, traduceva parole e concetti sulla questione razziale dal contesto anglo-americano alla società italiana.
«L’audio è un formato peculiare che pone un filtro – osserva – Ciò che sentiamo è soltanto il suono della voce, quindi filtra la percezione che una persona può avere del tuo corpo, del colore della tua pelle». Il podcast, quindi, in una certa misura può favorire l’empatia e aiutare a superare gli stereotipi, anche se tra i prodotti in circolazione c’è un’omologazione della voce e poco spazio alle inflessioni dialettali.

La presa di parola delle seconde generazioni, quindi, è sicuramente un passo avanti per decolonizzare le narrazioni e superare gli stereotipi. «Sicuramente è un passo avanti, perché da un lato c’è una maggiore rappresentazione, poiché è la persona direttamente interessata che racconta la propria esperienza – evidenzia Uyangoda – Però c’è il rischio che si creino tanti protagonismi separati e di non ragionare a un livello collettivo».

ASCOLTA L’INTERVISTA A NADEESHA UYANGODA:

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