Il Movimento Identità Trans (Mit) di Bologna lancia una piattaforma per riformare la legge 164 del 1982 in materia di identità di genere. Si tratta di una serie di proposte che puntano all’autodeterminazione delle persone e della propria identità di genere, senza l’obbligo di mostrare un certificato medico o un’attestazione legale, ma sulla base di un’autocertificazione.
Se proprio il Mit fu tra i promotori di quella legge, che per per quegli anni era all’avanguardia, come ricorda ai nostri microfoni Valentina Coletta, il testo accusa il passare degli anni.

Trans: la genesi della legge 164 e la sua applicazione

La legge 164 fu la prima a riguardare il tema della transessualità in Italia e fu approvata nell’ormai lontano 1982. Per l’epoca fu un’enorme conquista, dal momento che riconosceva la possibilità per chi avesse completato il percorso di transizione, anche chirurgicamente, di riattribuzione di sesso, di ottenere le necessarie modifiche sull’atto di nascita e sui documenti.
Ma i tempi cambiano, il mondo cambia e di conseguenza cambiano anche le necessità delle persone e dei loro diritti.

“Le importanti sentenze della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionale del 2015 e del 2017 – scrive il Mit – pur ampliando notevolmente il contenuto del diritto all’identità di genere, hanno posto limiti precisi all’operatività del principio dell’auto-determinazione del genere vissuto intimamente e socialmente. Sembra quindi imprescindibile cambiare radicalmente il modello legislativo attualmente vigente attraverso una riforma legislativa”. Attualmente le procedure previste dalla legge per la rettifica anagrafica sono lunghe e dispendiose, prevedono una causa in tribunale e gravosi prerequisiti che limitano l’autodeterminazione e i diritti umani della persona.

Secondo l’avvocato Matteo Bonini Baraldi, “oggi si crea un vero e proprio calvario per la rettificazione del sesso” attraverso la legge 164, che non solo si mostra arretrata rispetto alla situazione richiesta dal Consiglio d’Europa – cioè, tra i vari punti, procedure rapide, trasparenti e accessibili – ma al contempo mostra una carenza di considerazione del diritto al rispetto della vita privata (in quanto il diritto di autodeterminazione dovrebbe partire dal cittadino stesso, non dallo Stato) e una netta impronta paternalistica.

Già negli anni ’90 vi erano limiti ed interpretazioni personali da parte dei giudici nelle procedure riguardanti questo tema, osserva l’avvocato Giovanni Guercio. Oggi non viene più richiesto l’intervento chirurgico come condizione sine qua non, ma serve comunque un rigoroso accertamento giudiziale che richiede di presentarsi davanti al Tribunale con documentazioni psicologiche che attestino la disforia di genere e l’esclusione di psicopatologie, accompagnate da un resoconto del percorso terapeutico intrapreso, gli esiti di esperienza di vita reale e gli esiti della terapia ormonale, con “un’assurda richiesta di irreversibilità, considerando che nulla è irreversibile oltre la morte”, sottolinea Coletta.

La situazione, infine, è aggravata dalla presenza di giudici avversi all’argomento transessualità che, secondo le parole della presidente del consultorio Trans Genere, Regina Satariano, costringono le persone richiedenti la rettificazione a trasferirsi di città in città per trovare un giudice più favorevole ad un diritto che dovrebbe essere inalienabile.

Un altro approccio: la piattaforma del Mit

Per il Mit e i suoi avvocati, dunque, si deve ottenere la rettificazione anagrafica senza interventi invasivi: “una persona non deve subire la castrazione per vivere la propria identità”. Di qui due punti cardine dell’intera proposta di piattaforma: autodeterminazione e tutela della salute. Due punti da evidenziare, considerando che ancora oggi la semplice volontà personale non è sufficiente per la rettificazione.

Dato lo scarso dibattito pubblico italiano sul tema, il Mit lancia l’idea di una piattaforma che vuole unire le diverse realtà italiane e le persone che hanno a cuore l’argomento per arrivare ad un’idea di riforma il più rappresentativa possibile, da sottoporre poi alla politica e alle istituzioni.
Alla base della possibile riforma vi sono dieci principi ispiratori, tra cui il divieto di discriminazione, la libertà nella scelta delle modalità del percorso e la gratuità delle terapie.

L’alternativa al sistema italiano, in realtà, esiste già. Ad esempio l’Argentina nel 2012 ha approvato una legge innovativa in materia e in sette Stati europei (Belgio, Danimarca, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Norvegia e Portogallo) i richiedenti la rettificazione vengono riconosciuti formalmente nel genere di elezione senza dover soddisfare alcun requisito.

Riccardo Tonti

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