Nella discussione in Senato sulla manovra economica, la regolamentazione della cannabis light non è l’unica vittima caduta sul campo delle destre e delle opinabili decisioni della presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ad essere giudicata inammissibile alla discussione è stata anche una norma sulla Tobin Tax, che modificava leggermente la già timida misura adottata dal governo Monti nel 2012.

Tobin Tax: un piccolo disincentivo alla speculazione

La norma stralciata dalla manovra era un blando disincentivo ad alcune transazioni finanziarie. In particolare, venivano tassate di appena lo 0,04% alcune transazioni finanziarie online.
“Gli effetti benefici della Tobin Tax – osserva ai nostri microfoni Giulio Marcon, ex deputato e portavoce della campagna Sbilanciamoci! – sono due: porta soldi nelle casse dello Stato e disincentiva alcuni movimenti finanziari speculativi che non fanno bene all’economia”.
È negativo, quindi, che il provvedimento sia stato stralciato, dal momento che l’argomento è perfettamente pertinente con la manovra economica.

“Evidentemente ci sono state pressioni di banche o istituti finanziari”, aggiunge Marcon. Il tutto a poche ore di distanza dall’ennesimo salvataggio pubblico di un istituto di credito, la Banca popolare di Bari. Un finanziamento ad Invitalia “fino a un importo complessivo massimo di 900 milioni per il 2020” è quanto stabilisce un decreto del Consiglio dei ministri.

Tobin Tax: una lunga storia

Era il 1972 quando James Tobin, premio Nobel per l’Economia, propose una tassa che prevede di colpire tutte le transazioni sui mercati valutari per stabilizzarli, penalizzando le speculazioni valutarie a breve termine e contemporaneamente procurando entrate da destinare alla comunità internazionale.
Il tema, poi, fu sollevato sul finire del secolo scorso dal movimento No Global, in particolare dall’associazione Attac, che già intravedeva i problemi della finanza speculativa in un mondo globalizzato.

La discussione attorno all’argomento è sempre stata difficoltosa, con dogmi neoliberisti come “il mercato si regola da solo” e un certo fastidio verso interventi pubblici che cercassero di favorire l’economia reale e contrastare le speculazioni finanziarie.
Lo scoppio della crisi economica e delle sue drammatiche conseguenze hanno poi riacceso i riflettori sulla necessità di regolamentare la finanza, ma pochissime sono state le contromisure adottate dall’Ue e nel mondo per evitare che il problema si ripetesse. Solamente Francia e Italia, nel 2012, hanno introdotto una “quasi Tobin Tax”, come la definisce Marcon. Un provvedimento all’acqua di rose che, nonostante tutto, ha incontrato le critiche di editorialisti di quotidiani di impostazione industriale. “La Tobin Tax riduce la competitività del Paese e non limita la volatilità dei mercati”, scriveva Ferruccio De Bortoli il 17 agosto 2017 sul Corriere della Sera.

Detta in altre parole, la finanza speculativa non può essere toccata né messa in discussione. Quando a difenderla non ci pensano le lobby bancarie, che però non disdegnano soldi pubblici per evitare il fallimento, ci pensa una politica subalterna, oggi incarnata dalla presidente Casellati.

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