””/

Teatro iperrealista, teatro verità? Forse, ma “Imitation of life ” rimane ancora teatro ed ancora narrazione e riflessione sulla realtà in cui c’è posto per la rielaborazione poetica del degrado urbano, per l’emozione dietro la brutalità della burocrazia e del profitto, per la metafora nell’apparente totale imitazione del reale.

Poter assistere allo spettacolo Imitation of life è stato per il pubblico bolognese un vero privilegio di cui ringraziare la direzione di Vie Festival 2019 che ha inserito nel programma questo spettacolo che ha vinto in Germania il Faust Award nel 2017, solitamente riservato al teatro di produzione tedesca e non straniero, per poi mietere successi in fesival e teatri di tutto il mondo.

Mundruczò ha 44 anni, ha diretto film che lo hanno portato già diverse volte sul tappeto di Cannes ed è parte dal 2004 dell’Europen Film Accademy. Nel 2009 fonda la compagnia teatrale Proton Theatr  prodotta da Dòrà Büki, che è anche la produttrice di Imitation of life, compagnia in cui non solo si occupa della regia, ma anche della scrittura degli spettacoli e della scelta degli attori, spesso gli stessi di spettacolo in spettacolo, che sono co-creatori delle performance secondo la filosofia del Proton.

Come compagnia indipendente, il Proton Theatre, è sottolineato nella sezione del sito dedicata alla presentazione del loro operato, lavorano in completa libertà, compiendo le proprie scente artistiche senza vincoli e lasciando spazio alle idee degli artisti. 

Da quel contesto artistico nasce a Budapest Imitation of life nel 2016, rappresentato per la prima volta al Trafó House of Contemporary Arts, e arrivato ora, a Bologna alla 75° rappresentazione.

Il regista è partito da un fatto di cronaca, l’aggressione su un autobus di Budapest a un Rom da parte di un altro Rom di estrema destra perpetrata con una spada, tuttavia questo fatto non è narrato nello spettacolo, il pubblico lo apprende solo in una didascalia finale, potremmo dire nei “titoli di coda” della rappresentazione che usa parti filmate e parti agite, nella scatola scenica, dagli attori.

Parlo di scatola scenica perchè lo scenografo Màrton Agh ha creato un dispositivo scenico che assomiglia ad una scatola posata sul palcoscenico che rappresenta un appartamento ftiscente in un complesso di case popolari. Il pubblico non vede la scatola scenica per la prima mezz’ora di spettacolo che è interamente centrata su un filmato proiettato su di uno schermo che funge da sipario rispetto al dispositivo scenico.

La ripresa filmica cattura il volto in primo piano di una donna sulla sessantina, trasandata, ostile ed evasiva rispetto alle domande del suo interlocutore, che non vediamo mai, che è anche colui che sta facendo la ripresa.L’oggetto della discussione è lo sfratto esecutivo della donna che non vuole farsi identificare per non dover lasciare l’appartamento e l’interlocutore è forse un ufficiale giudiziario o un delegato dalla ditta che ha rilevato l’immobile dai precedenti propretari, falliti, incaricato di svuotare l’immobile dagli attuali occupanti, o forse un truffatore che ha interesse nell’allontanamento delle minoranze dallo stabile.

Il dialogo è serrato, duro, davvero aderente alla situazione rappresentata, impossibile per il pubblico non emozionarsi, non coinvolgersi nella difesa strenua che la donna oppone alle ragioni di chi la vuole far uscire dall’appartamento.

Il conflitto si stempera dopo alcuni minuti in un racconto, nella narrazione che la donna fa di se stessa per motivare in qualche modo il proprio diritto ad una casa, a quella casa, conquistata al prezzo di sacrifici, continui attacchi per il proprio essere zingara e di perdite degli affetti più cari: il marito, morto pochi giorni prima, ed il figlio, scappato di casa e ora prostituto in un albergo.

E’ solo al termine della narrazione della vita della donna che il siprio/schermo sale e appare dal vivo l’immagine della stanza della casa, prima vista solo attraverso la lente cinematografica, con la donna a un capo del tavolo e l’uomo dall’altro, di schiena al pubblico.

L’uomo è scontroso e ostile con lei fino a quando l’anziana sta male e l’uomo chiama l’ambulanza sollecitandone l’arrivo inveendo contro “l’ordine di priorità” vigente enunciato dalla voce al telefono del numero dei soccorsi. Nell’attesa l’uomo riceve diversi sms dal cui testo, proiettato su schermi laterali, capiamo che deve essere un’esponente di quella destra xenofoba e razzista ungherese portata spesso agli onori della cronaca. L’uomo compie gesti di gentilezza verso la donna verso cui nutre evidentemente un sentimento di ripugnanza, in quanto soggetto di una minoranza da annientare, come suggerisce l’interlocutore via chat, pur tuttavia la adagia sul divano, le mette un disco e la rassicura suggerendole di andare in ospedale per poter restare nell’appartamento ostentando il foglio del ricovero come prova per non poter essere sfrattata.

Passa il tempo, un breve filmato ci mostra la stessa donna in un albergo alla ricerca del figlio che ancora una volta la respinge e la caccia, incapace di accettare il suo essere Rom, nemmeno dopo aver appreso della morte del detestato padre.

Gli sconvolgimenti della vita, i cataclismi interiori e reali del quotidiano vengono raccontati in maniera straordinaria, a questo punto, dal ribaltamento di 360 gradi della scatola scenica che ruota, lentamente, ma inserorabilmente rovesciando ogni stoviglia, suppellettile, elettrodomestico e mobile dell’appartamento.

La vita è capace di sconvolge, travolgere, ribaltare e mettere fuori posto ogni cosa, là dove gli esseri umani invece tentano di mettere ordine e radici in una società, in una città, in una casa.

Nell’appartamento completamente disastrato entra una nuova inquilina, una signora sulla quarantina che dichiara di essere vedova, accompagnata dallo stesso uomo della prima parte dello spettacolo, questa volta presentatosi come delegato dalla ditta padrona dell’immobile a stilare un contratto d’affitto e a riscuotere personalmente e in contanti l’affitto mensile. Le clausole per l’inquilina sono di non vivere con altre persone, specie figli. La donna firma il discutibile contratto ed entra per necessità estrema, di notte, in questo appartamento con l’acqua ancora bloccata e completamente fatiscente. Uscito l’uomo, la nuova inquilina chiama qualcuno e lo invita a raggingerla nell’appartamento. E’ il figlio, un ragazzino taciturno che cerca di adattarsi alla nuova situazione.

Gli sms tornano protagonisti con uan chat tra la donna e un uomo che la perseguita e che le chiede con insistenza un incontro. Il fermo no della donna, messaggio dopo messaggio diventa un forse e poi un “arrivo tra 30 minuti”. Messo a letto il figlio la donna esce lasciando il ragazzino nella casa nuova, solo.

Nel cuore della notte è il figlio dell’altra donna, l’anziana a ritornare nella casa cercandola. Il giovane apprende dal ragazzino che sua madre è morta mentre tenta di dividere con lui l’unica mela avanzata nel frigo tagliandola con una spada. Ecco la spada che compare mentre la storia teatralmente si conclude e si congiunge con la vita, quella vita reale in cui una spada è stata l’arma di un’aggressione razzista di un Rom, probabilmente incapace di accettarsi come tale, contro un altro Rom ritenuto feccia da eliminare.

La violenza è centrale nella vicenda, la violenza di uomini su donne in difficoltà, sole, povere, in stato di necessità. L’anziana donna della prima parte è stata bersaglio di insulti e discriminazioni tutta la vita e muore sola, forse in ospedale, dopo la morte del marito e l’ennesimo rifiuto del suo amore da parte del figlio. La nuova inquilina è probabilmente vittima di violenze e abusi da un ex che ha lasciato, portandosi il figlio, per ricominciare una nuova vita, ma da cui non riesce a stare lontana e non sapremo mai che ne sarà di lei.

L’ultima donna vittima, è uccisa dal figlio dell’anziana durante un litigio nella stanza d’albergo nel tentativo di far riconoscere al giovane di essere uno zingaro, fatto che egli si ostina a negare assumendo il punto di vista di tutti i coloro che odiano e discriminano gli zingari.

Vittime in fondo sono anche i tre uomini rappresentati: il fascista intrallazzatore che riscuote affitti in nero lucrando sullo stato di bisogno di donne sole, è vittima delle campagne politiche d’odio che permeano in soggetti che vivono in contesti già difficili aiutando a identificare nello straniero, nel diverso, l’origine di tutti i mali sociali; è vittima il figlio dell’anziana il cui padre voleva spingerlo, con la violenza, a comportarsi e incarnare lo stereotipo sugli zingari; vittima è anche il giovanissimo figlio della seconda inquilina della casa, vittima di violenza assistita, vittima di una società che non riesce a protegge l’infanzia dalla violenza e dai pregiudizi.

Come nella vita in Imitation of life non c’è lieto fine, non c’è una morale, non c’è un unica logica o una sola verità, c’è invece una ricerca continua della costruzione della propria identità, la ricerca di una stabilità, purtroppo sempre in bilico, a rischio sconvolgimento.

Negli sconvolgimenti, sembra suggerirci Mundruczò con il suo spettacolo,  le prime a pagare sono le donne, donne che restano sole, magari con figli da accudire, donne che pur presentandosi combattive, stentano a trovare aiuto vero nel rimettersi in piedi e a farne le spese è prima la loro vita, poi quella dei figli.

Toccante, emozionante e mai banale la rappresentazione del regista ungherese, che ci restituisce un quadro della società contemporanea preoccupante e cupo per il continuo scivolamento verso il consolidarsi di logiche razziste, verso la tacita assunzione di regole non scritte in cui l’ordine di priorità lascia indietro molte categorie di individui considerate meno importanti di altre e i possibili esiti di queste discriminazioni, nella nostra storia recete, le abbiamo già conosciute.