Lo spettacolo in scena nella sala Thierry Salmon all’Arena del Sole fino a domenica 24 novembre coinvolge gli spettatori portandoli sul palcoscenico nelle vesti di attori-amatori che interpretano personaggi shakespeariani a loro volta artigiani e comici dilettanti chiamati a inscenare uno spettacolo per le nozze di Teseo e Ippolita nella città di Atene. Il gioco scenico spinge il pubblico a ragionare sul concetto di verità sulla scena fino a confonderli su chi sia un vero attore, una vera cameriera o un vero pizzaiolo e chi invece un attore che interpreta un finto pizzaiolo o una finta cameriera.

La compagnia si è chiesta, insieme a Garcia Lorca, come si possa davvero portare il chiaro di luna in teatro, morire sulla scena o dichiarare l’amore vero.

Davide Carnevali, ideatore del progetto, è partito dai testi di Garcia Lorca “il pubblico” e “Commedia senza titolo” in cui l’autore indaga il ruolo del pubblico e, di conseguenza, il ruolo del teatro nella società. Lo spettatore è indicato come parte attiva nel processo creativo e, come estrema conseguenza, viene eradicato dalla sua poltrona e portato in scena.

In Garcia Lorca l’operazione aveva una connotazione politica in un Paese sotto una dittatura in cui uomini e donne privi della libertà di parola a teatro, coinvolti nel farsi della rappresentazione, avevano un’opportunità di recuperare la libertà persa al di fuori da quel mondo sospensivo delle regole del quotidiano.

Oggi, nella rappresentazione ludica e scanzonata dell’Arena, l’aspetto politico dell’esperimento viene appena accennato in una battuta allorquando si afferma che, a differenza del regno dell’immaginazione, nella vita reale non si accetterebbero mai discorsi di qualcuno che, illusoriamente, ci prometta una vita migliore. Al di là di questa allusione alle promesse elettorali non c’è un intento politico nella rappresentazione, non c’è una volontà manifesta di condurre gli spettatori ad assumere un atteggiamento critico sulla realtà esterna, nemmeno sulla realtà dei talent o sulle serate karaoke, piuttosto che sull’affollamento dei bar scelti in alternativa a una serata a teatro perchè immaginata meno costosa.

Lo spettacolo è principalmente giocoso, un perfetto meccanismo di partecipazione del pubblico che diverte e insieme consente di riflettere sui meccanismi propri del teatro, sui concetti di verità e finzione, di realtà e illusione, di persona e personaggio e di parlare di desiderio e d’amore.

E’ uno spettacolo metateatrale che non mette in scena nè Lorca nè Shakespeare, ma il farsi del teatro come work in progress dall’ideazione all’assegnazione dei ruoli passando per il training e le prove, fino alla messa in scena con tanto di suggeritori, “effetti speciali”, trucco e parrucco.

Mentre gli spettatori estratti a sorte o volontari si calano nei personaggi del leone, del muro, di Titania o Tisbe, di Giulietto e Romea, c’è un breve spazio per riflettere sul significato dell’andare a teatro indicato da Garcia Lorca come alternativo al guardarsi dentro. Il teatro è spazio per guardare la rappresentazione del reale, azione più tranquillizzante rispetto al guardare nell’abisso che sta dentro di noi, ben più spaventoso cerchè costituito da pensieri non razionalizzati come quelli che si impossessano di Bottom e Titania nel Sogno.

Shakespeare, ragiona Lorca, rappresenta l’amore come casualità e non come frutto di scelta ponderata, qui sta lo scandalo dell’amore di una regina (foss’anche delle fate), con un artigiano, comico dilettante con la testa d’asino, caduto allo stadio più basso dell’animalità e dell’istintualità (Bottom per l’appunto), scandalo che la società d’allora e, forse, anche di oggi, non accetta se non nella finzione scenica.

Solo a teatro è possibile tramutare una cosa in un’altra, l’attore in personaggio, l’uomo in donna e viceversa. Tutto è reale e al contempo è finto e si può amplificare comicamente la finzione per ridere a crepapelle della morte di un uomo giocando sulle convenzioni teatrali, sulla storia del teatro, per gioire della finta morte, felici di poterle sopravvivere almeno in questo luogo fatato uscendo illesi e divertiti.

“Lorca sogna Shakespeare in una notte di mezza estate” è un perfetto spettacolo per ragazzi adatto alle secondarie di I e II grado, lo affermo senza nessun intento denigratorio considerando che lo pratico e lo promuovo da vent’anni personalmente; è un ottimo punto di partenza per ulteriori indagini con i rispettivi docenti sull’umanesimo e il barocco nonchè su tutte le tematiche sopra elencate e credo che possa accendere la scintilla che faccia avvicinare con curiosità ai testi originali di Shakespeare, Garcia Lorca e Calderòn de la Barca (tirato ovviamente in ballo attraverso l’idea de “il gran teatro del mondo” e de “La vita è sogno”).

Considerando la tendenza attuale della letteratura per preadolescenti e adolescenti al riassunto dei classici o alla loro riscrittura semplificata in testi originati dal pensiero che siano oggi improponibili ai giovani nella loro forma integrale perché questi ultimi allontanano dalla letteratura e dal desiderio di leggere i classici anziché farli amare, mi auguro che questa tipologia di operazioni letterarie e teatrali non conduca, alla lunga, ad un’eterna semplificazione, ma che davvero fungano da preludio, avvicinamento, da assaggio dei “classici”, che facciano venire l’acquolina in bocca, la curiosità per la lettura o la visione teatrale (possibilmente non archeologica nè mummificata), dei testi integrali. Ma questa è un’altra storia che ci porta molto lontano dallo spettacolo in questione.

Visione consigliata soprattutto a ragazze e ragazzi e agli incalliti non frequentatori delle platee teatrali. Plauso alla compagnia per aver pensato a questo pubblico da portare dentro il gran teatro del mondo attivando un confronto continuo tra il dentro e il fuori per non rischiare che i teatranti e i teatrofili si parlino solo tra di loro senza mai mostrare a chi sta fuori e non le conosce, le meraviglie del finto chiar di luna, e la poesia della spada di cartone e il gioco del vero e del sogno.