Il compositore boemo, ieri sera, ha fatto il suo ingresso nella basilica cittadina grazie alla sapiente e sempre misurata direzione di Michele Mariotti.

Il 24 maggio, in occasione delle celebrazioni rossiniane, Michele Mariotti dirigerà lo Stabat Mater del compositore pesarese, nella Sala dell’Archiginasio che porta il nome dell’opera, poiché rappresentata qui la prima volta sotto la direzione di Gaetano Donizzatti e alla presenza dello stesso Gioachino Rossini. Nell’attesa di questo evento eccezionale, ieri sera abbiamo potuto gustare, la versione della sequenza in versi di Jacopone da Todi, musicata da Antonín Dvořák.

Mariotti con la sua direzione pulita, rispettosa e attenta ad ogni particolare, riesce nell’impresa di portare in fondo orchestra, coro e solisti. La tensione delle molteplici difficoltà era palpabile e ha accompagnato tutta l’ora e mezza (minuto più, minuto meno) della durata del concerto, perché, come dice qualcuno, lo Stabat Mater è lungo e ha molte strofe. Ma le impervietà più grosse non erano principalmente e solo appannaggio della partitura, ma soprattutto dovute al luogo e alle sue caratteristiche architettoniche. La chiesa è molto alta e termina con volte acuminate, questo permette ai suoni di andarsene in alto, rimbalzare più volte e tornare in basso quando altri suoni sono a metà del percorso e altri ancora stanno cominciando a verticalizzare. Soprattutto nei passaggi caratterizzati da “forte” e “tutti” il caos sonoro la fa da padrone creando, talvolta, effetti distorsivi.

L’orecchio in questi casi deve fare contorsioni immani per filtrare tutto ciò che non c’entra: vale per il pubblico ma anche per gli esecutori. Inoltre il musicista o il corista fa fatica o addirittura  non riesce a sentire chi gli sta attorno, potete quindi immaginare la complessità a mantenersi in un insieme che deve procedere a senso, in uno scritto che prevede diversi passaggi ‘a canone’ dove la precisione di attacco è più che fondamentale. Mariotti è riuscito, con il suo gesto dettagliato, a tenere tutti al proprio posto, ad evitare dispersioni, e a rendere perfettamente i magnifici colori di quest’opera. Senza contare la temperatura che mette a dura prova corde di voci e archi nonché la tenuta dei fiati, risolta, in parte, contornando il perimetro di esecuzione con funghi riscaldanti.

Sono tanti gli Stabat Mater che nei secoli sono stati composti ma quello di Dvořák è davvero particolare. Scritto a più riprese seguendo le circostanze luttuose pesantissime che hanno colpito il compositore, il quale, nel giro di due anni ha perso tre figli, la partitura è tutt’altro che disperata, nei suoi toni. Se il primo movimento è giustamente lamentoso, richiamando sicuramente un pianto immediatamente seguente all’evento morte, gli sviluppi successivi attraversano la sofferenza e perseguono una via di sublimazione collettiva del dolore. L’ultimo movimento sembra suggerire che solo la coralità porta al superamento del dramma, alla pacificazione ed alla rinascita della speranza. Nel terzo movimento le voci maschili, soprattutto quelle più in basso nell’estensione vocale, cadenzano e propongono, agli altri registri non resta che rispondere. Secondo il compositore sono i figli che parlano alla Madre, o il padre addolorato che porge le parole non dette, a figli che non ci sono più? Non lo sappiamo e sarà l’ascoltatore e la sua sensibilità a percepire un aspetto piuttosto che l’altro. Lo stile musicale passa da toni aspri, spigolosi e duri a momenti di serenità bucolica, che l’autore rende attraverso sonorità e modalità tratte dalla tradizione boema, per esempio nel IV movimento. Non mancano i riferimenti alla struttura melodrammatica barocca, come nel IX movimento, dove il contralto solista inizia con una vigorosa espressività per poi evolvere in toni più accorati.

In conclusione, malgrado le asperità architettoniche di San Petronio, ieri sera, Bologna ha avuto il privilegio di ascoltare l’esecuzione e la valorizzazione di un cameo di rara bellezza grazie alla curiosità, mai sazia, di Michele Mariotti e alle sue grandi doti di sensibilità e direzione, nonché ad una validissima prestazione dell’orchestra del Teatro Comunale e del suo coro, preparato da Andrea Faidutti. Una menzione ed un appaluso ai solisti: il soprano Charlotte-Anne Shipley, il mezzosoprano Enkelejda Shkoza, il tenore Antonio Poli e il basso Luiz-Ottavio Faria.


Foto: Rocco Casaluci