Si, finalmente Wagner ritrova il proprio posto a Bologna, con l’opera che vide, proprio qui, la sua prima rappresentazione in Italia, ma anche con l’annuncio del Sovrintendente, Fulvio Macciardi, durante la conferenza stampa di presentazione di “Tristan und Isolde”, opera realizzata in coproduzione con la Monnaie di Bruxelles: cinque diverse opere di Richard Wagner in cinque anni consecutivi.

Teatro Comunale: l’opera è ritornata a Bologna

“Abbiamo scelto di valorizzare lo storico legame di Wagner con il nostro Teatro – esordisce Macciardi, il giorno precedente l’inaugurazione della Stagione – partendo dalle opere del grande compositore tedesco che furono rappresentate per la prima volta in Italia proprio a Bologna. E dunque dopo il ‘Tristan und Isolde’ che debutta domani, che qui andò in scena per la prima volta nel 1888, seguiranno ‘Lohengrin’ nel 2021 per i 150 anni dalla prima assoluta di un’opera wagneriana in Italia, ‘Parsifal’ nel 2022 co-prodotto con il Teatro Massimo di Palermo e con la regia di Graham Vick, ‘Der fliegende Holländer’ nel 2023 e ‘Tannhäuser’ nel 2024. Il Comunale intende, così, riappropriarsi della sua storia e testimoniare un glorioso passato guardando al futuro, investendo con una progettualità a lungo termine su un repertorio che ha reso eterno il nome di questo Teatro nel mondo”.

Così, dopo un anno abbondante con qualche freno a mano tirato, per motivi di riassesto economico e non certo per volontà, il Comunale ricomincia a correre con una stagione che sulla carta è davvero intrigante e con prospettive forti.

Il racconto della rappresentazione

La Prima di Tristan und Isolde, lo spettacolo in scena fino al 31 gennaio, si è aperta con una dedica ed un applauso accorato a Marino Golinelli, imprenditore/mecenate arrivato alla soglia dei cent’anni con una freschezza di pensiero che farebbero invidia ad un ventenne. Il suo essere visionario lo porta costantemente ad incitare la sua comunità al bello, alla scoperta e alla curiosità e lo fa attraverso investimenti concreti, dall’Opificio Golinelli, passando per il Comunale stesso, che lo vede finanziatore e appassionato spettatore: non manca mai una rappresentazione. Lo spazio dei sottotitoli, a luci accese, riporta un suo ulteriore sprone, per tutte e tutti: “Vivere il futuro”, firmato Marino Golinelli 20/20.

Ma andiamo spediti alla rappresentazione. Innanzitutto partiamo dalla messa in scena.
Il regista Ralf Pleger sceglie una regia non regia: se da un lato ci troviamo davanti ad un’opera dove, di fatto, non vi è praticamente azione perché i meandri e risvolti psicologici nonché filosofici sono il vero interesse d’indagine dell’autore, questo viene assolutamente enfatizzato dalla non azione dei protagonisti. Le scene sono delle vere e proprie opere d’arte, il secondo atto con l’albero pietrificato, i cui rami sono, in parte, formati da corpi di mimi che lentamente cominciano a muoversi. Giochi di luce e ombre, citazioni, come nel primo atto le stalattiti che riecheggiano il lavoro di Ernesto Neto oppure le linee di luce del terzo atto che fanno immediatamente pensare ai lavori di Bob Wilson. Tutto molto bello e suggestivo ma pare più una sequenza di opere d’arte in occasione di Arte Fiera, che non uno sviluppo scenico. Sicuramente tutto ciò è voluto ma nello spettatore, questa paralisi parallela tra la storia e ciò che ha davanti agli occhi, in certi frangenti, risulta essere troppa.

La direzione di Juraj Valčuha è, a dir poco, sublime. L’attenzione smisurata alle dinamiche senza mai cedere ad esagerazioni o toni trionfali, il gesto preciso ed incoraggiante porta l’ottima orchestra del Teatro Comunale a picchi elevatissimi, persino la sezione ottoni, he non sgarra un attacco o una sfumatura. Bravi, bravi, bravi!

Il cast è quanto di meglio si possa trovare, oggi, in circolazione, per quanto riguarda il repertorio wagneriano. Ann Petersen, ottima Isolde, anche nei toni più scuri rimane fedele al desiderio wagneriano di una soprano che non è mai usignolo. Riesce a mantenere fraseggio e corpo in una parte lunga e difficile, che tende a portare allo sfinimento. Come quella di Tristan che viene portata fino in fondo, in maniera egregia e senza mostrare cedimenti, da uno Stefan Vinke in stato di grazia. Il re Marke di Albert Dohmen pare esitante, nel monologo del secondo atto, forse complice l’emozione della Prima, oppure per un sapiente risparmio, nella consapevolezza di ciò che lo aspetta. Ma nel terzo atto, sfodera un terzo atto da manuale con un apice da brividi nel “Tot den alles! Alles tot!”.
Ekaterina Gubanova è una perfetta Brangäne, sicura e potente in ogni passaggio, anche quelli più infiid ed impervi, con toni scuri, che tendono alla sfera dei contralti, tondi e caldi. Il Kurvenall del baritono Martin Gantner è sublime e graffia l’anima. Ottime performance anche per quanto riguarda Tommaso Caramia, il quale interpreta sia Melot che un pilota e di Klodjan Kaçani, nei panni di un giovane marinaio e di un pastore.

Il pubblico, al termine, applaude calorosamente, questa bellissima Prima ed i suoi protagonisti, tutti, con aggiunta di risuonar di tacchi, come da usanza quando si vuole amplificare gradimento ed ovazione, all’arrivo sul palco di Valčuha.

Francesca Clementoni