Mentre i lavoratori delle aziende dell’indotto incalzano Arcelor-Mittal per il pagamento delle fatture arretrate che dicono non essere avvenuto, anche oggi sarà un giorno di trattativa tra il governo Conte e la proprietà dello stabilimento ex-Ilva di Taranto, dopo l’annuncio di un sostanziale forfait. Dal ripristino dello scudo legale alla questione dei 5mila esuberi che l’azienda vorrebbe dichiarare, i nodi da sciogliere sono ancora molti.
Quello che sta accadendo era prevedibile“, sostiene ai nostri microfoni lo scrittore e giornalista Girolamo De Michele, che recentemente ha pubblicato un romanzo-inchiesta proprio su Taranto, intitolato “Le cose innominabili” (Rizzoli). “Arcelor-Mittal vuole chiudere Ilva appropriandosi del portafoglio clienti ed eliminando dal mercato un concorrente debole – continua lo scrittore – Tutto ciò in un’ottica di riduzione della produzione di acciaio, come sta facendo in altri Paesi europei, perché il mercato è in calo e l’acciaio prodotto a Taranto è di scarsa qualità”.

Taranto ha un’alternativa: un piano ecologista

Sul Manifesto di ieri, lo stesso De Michele ha scritto del “Piano B” o “Piano Taranto” che una costellazione di associazioni ambientaliste ha elaborato e che rappresenta una vera alternativa alla dicotomia del dibattito politico e industriale degli ultimi dieci anni, quello che contrappone lavoro a salute. “I governi, ma anche di alcuni sindacati e partiti di sinistra – osserva lo scrittore – sono preda di una visione iper-lavorista, che sembra dire ‘meglio morire di cancro fra dieci anni che di fame oggi'”.
Il piano B elaborato per Taranto è stato redatto sulla base di uno studio nazionale di Confindustria, che per sette anni ha analizzato i costi e i benefici della bonifica di alcune zone d’Italia, tra cui appunto la città pugliese. Non si tratta, dunque, di belle speranze o auspici, ma di un’analisi dati alla mano.

“A livello locale, per Taranto significherebbe un investimento di 4 miliardi di euro, quindi meno del Mose di Venezia – spiega De Michele – di cui 2 miliardi rientrerebbero sotto forma di introiti fiscali e oneri contributivi generati dal nuovo lavoro”. Senza considerare i costi sanitari sostenuti oggi per patologie tumorali prodotte dall’Ilva, le cui cure sono molto onerose, ma che in una prospettiva di lungo periodo andrebbero a liberarsi.
I posti di lavoro creati sarebbero 43mila, a fronte dei circa 15mila a rischio con la chiusura di Ilva e dell’indotto. Un saldo positivo, quindi, di 30mila unità.
“Il Piano Taranto – continua lo scrittore – fa anche un lungo elenco di quali fondi europei potrebbero essere messi in campo per finanziare la bonifica e la riconversione se ci fossero dei progetti e indica delle linee di sviluppo sul territorio, come la riqualificazione del porto, oggi occupato dall’Ilva, che invece avrebbe un potenziale commerciale”.

L’ideologia lavorista che non vuole vedere alternative

Per De Michele è inquietante che il piano alternativo elaborato per Taranto non porti la firma della Cgil, della Fiom e della Fim. Né dei partiti della sinistra, che nei fatti rifiutano di prendere in considerazione un’idea alternativa a quella di mantenere in vita l’acciaieria, con tutte le conseguenze in termini ambientali e di salute che produce.
“Questo perché – conclude amaramente lo scrittore – chi pensa che Cremaschi e Landini difendano i lavoratori ha fatto un brutto sogno da cui si deve svegliare. Ad essere difeso è il lavoro, non i lavoratori. Si riempiono tutti la bocca del Green New Deal dei democratici americani, ma dove esiste un concreto Green New Deal non viene preso in considerazione”.

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