Domani, martedì 3 marzo, sarà un giorno importante all’interno delle primarie democratiche statunitensi per la corsa alla Casa Bianca. Il cosiddetto “Super Tuesday“, il giorno in cui si voterà in 16 Stati americani, potrebbe rappresentare un tassello importante per il candidato socialista Bernie Sanders sulla strada dell’investitura ufficiale. Una strada che rimane comunque in salita perché, nonostante i sondaggi lo diano avanti in 14 Stati su 16, l’establishment democratico continua a considerarlo come la pesta nera.

Super Tuesday, le prospettive per Sanders

“Sanders è il grande favorito di questa giornata – osserva ai nostri microfoni Lorenzo Zamponi di Jacobin Italia – soprattutto sulla base del grande vantaggio dei sondaggi in California, che è lo Stato più grande tra quelli che voteranno domani”.
Le cose, però, possono ancora cambiare perché il candidato dell’establishment, Joe Biden, è uscito vincitore dal voto in South Carolina, riuscendo a conquistare buona parte del voto afroamericano, e il ritiro di Pete Buttigieg, avvenuto ieri, può rappresentare un bel serbatoio di voto moderato.

“Però non va nemmeno dato per scontato l’automatismo per cui gli elettori scelgano su base ideologica – sottolinea Zamponi – Se è vero che questo avviene nella scelta tra democratici e repubblicani, all’interno del campo democratico gli elettori scelgono il candidato in cui si riconoscono di più e in cui si fidano di più. Sanders è anche il secondo candidato favorito di molti elettori tendenzialmente moderati”.

L’opposizione dell’establishment

Già ai tempi della competizione con Hillary Clinton, Sanders era inviso al gruppo dirigente democratico perché le sue proposte apparivano troppo radicali ad un ceto politico fondamentalmente liberal.
Un’opposizione che rimane anche oggi e che rende comunque ostica la strada per la nomination perché, nonostante i sondaggi, rimane difficile che Sanders riesca ad arrivare alla maggioranza assoluta dei delegati alla convention di Milwaukee. “Potrebbe esserci un ribaltone con gli altri candidati che sommano i delegati per arrivare un altro candidato al posto suo”, sottolinea il redattore di Jacobin Italia.

Un’eventualità che sarebbe tragica nella battaglia vera, quella contro Donald Trump, perché l’immagine che passerebbe sarebbe quella di un partito diviso.
“Ovviamente sarà difficilissimo battere Trump quest’anno – continua Zamponi – perché il presidente uscente è sempre favorito, Trump ha una popolarità medio-alta e l’economia tira: tre fattori per i quali l’outcome più probabile è che rivinca Trump. Però Sander ha la capacità di parlare ad un elettorato che tradizionalmente non vota democratico, ma piccoli partiti, oppure che non va a votare”.

Un cambiamento culturale e la fine del tabù socialista

Il successo che sta riscontrando Bernie Sanders, però, sottende ad un cambiamento culturale negli Stati Uniti, rappresentato soprattutto dalle giovani generazioni a cui la crisi del 2008 ha precluso il sogno, tipicamente liberal, di benessere e affermazione personale.
“Questi giovani mettono davanti una serie di bisogni materiali che chiudono lo spazio a misure più centriste – osserva Zamponi – Uno degli slogan utilizzati di più da Sanders è ‘no middle ground’: non c’è una via di mezzo tra avere la copertura sanitaria o non averla, tra l’essere schiacciati dal debito universitario o non esserlo”.

La fase storica, secondo il giornalista di Jacobin Italia, richiederebbe una serie di misure radicali nel contesto americano, che in Europa non verrebbero vissute come tali. Anzi, nel programma di Sanders ci sono misure più moderate di quelle che la Democrazia Cristiana ha messo in campo storicamente nel nostro Paese, perché ad esempio non si prevede il controllo pubblico degli ospedali. Già queste misure, però, vengono vissute come estremiste nel contesto americano.

In ogni caso, pur con la difficoltà di dover precisare ogni volta che il socialismo a cui punta non è quello dell’Unione Sovietica ma quello democratico della Danimarca, Sanders è riuscito a rimuovere il tabù su questo concetto negli Stati Uniti. Al punto che un sondaggio uscito proprio oggi ed effettuato in California e nel conservatore Texas rivela che la maggioranza delle persone si riconosce di più in un modello socialista rispetto ad un modello capitalista.

ASCOLTA L’INTERVISTA A LORENZO ZAMPONI: