Il concerto sinfonico della Filarmonica del Teatro Comunale dello scorso 28 settembre al PalaDozza si è rivelato un gioiello grazie alla stella splendente di Jessica Pratt sul campo da gioco, nonostante l’ambiente per nulla teatrale e molto arido- sportivo.

I pannelli smontati dal Teatro Manzoni rendono sicuramente l’acustica più piacevole e danno una parvenza di teatralità, ma le strisce rosse a terra e la mancanza di palco e quinte rendono evidente l’emergenzialità della soluzione logistica adottata.

Per spiegare la posizione dalla quale ho assistito al concerto e l’effetto acustico che ne ho ricavato devo dichiarare che i giornalisti sono stati collocati negli spazi normalmente occupati dai commentatori sportivi, in alto all’ultima fila della gradinata. Ottima posizione per vedere una partita di basket e avere un’impressione d’insieme di quanto accade in fondo alla ripidissima scala, ma poco adatto a seguire il gesto degli orchestrali, le espressioni dei cantanti. La lontananza e l’altezza hanno fatto perdere completamente la dimensione corporea della musica sinfonica e del teatro ed il piacere che si prova ad un concerto è anche cinestetico, legato cioè al vedere gli strumentisti suonare lo strumento, il loro atto motorio nel suonare viene vissuto anche corporalmente dall’ascoltatore.

Per quanto concerne il suono, la schermatura con i pannelli ha consentito di far cogliere il disegno vocale e le sonorità di ogni strumento in modo soddisfacente, tuttavia non si riescono a cogliere le parole dei cantanti, il suono si impasta, arriva la linea melodica nitidissima anche nei pianissimo, ma si perdono le parole, nonostante Pratt sia una cantante che articola egregiamente.

Jessica Pratt nel suo abito blu notte con la scollatura tempestata di paillettes ha concentrato su di sé tutta l’attenzione magneticamente risultando magnifica specie nei pianissimo a voce sola nei momenti in cui l’orchestra taceva, sorretta a tratti dall’arpa o dal flauto nei diversi pezzi del programma proposto.

La prima parte ufficiale del concerto prevedeva l’esecuzione di una scena da I Puritani e di una seconda scena da I capuleti e i Montecchi di Bellini, quindi si è passati a Donizetti con un estratto dalla Lucia di Lammermoor a cui sono seguiti ben tre bis, uno più sorprendente dell’altro che hanno reso la serata trionfale, nonostante la situazione poco confortevole.

Pratt ha eseguito agilità e abbellimenti belliniani in modo mirabile, nella cadenza di flauto “Ardon gli incensi” della Lucia di Lammermoor aggiunta da Donizetti nell’opera per la diva australiana Nellie Melba, ha saputo raddoppiare il timbro del flauto con estrema apparente facilità e notevole perizia tecnica rendendo, anche in forma di concerto, l’idea della pazzia della protagonista che la rende “inumana” e artificiale, meccanica come il compositore voleva suggerire attraverso il l’uso del freddo timbro del flauto traverso.

Venendo ai bis concessi da Pratt e dal Maestro Yoshida, alla direzione dell’orchestra filarmonica del Comunale, il primo ha idealmente proseguito il programma ufficiale con Donizetti. Da “Linda di ChamounixJessica Pratt ha intonato il drammatico “Ah! Tardai troppo… “ dispiegando quindi il brio della propria voce nella cavatina “O luce di quest’anima” con plauso di tutto il pubblico.

Non ha avuto bisogno di essere annunciato il secondo bis verdiano da “Traviata”. Dai primi accordi si è riconosciuto “È strano” e quindi il gioioso “Sempre libera!” nel quale, a sorpresa, Pratt ha duettato con il tenore statunitense Michael Spyres avvicinatosi all’orchestra dalla platea. Gli applausi sono scrosciati interrotti solo dall’inaspettato terzo bis che ha traghettato tutti dall’ ‘800 al ‘900 con Leonard Bernstein Glitter and be gay” tratto dal “Candide“. Divertita e divertente Pratt ha rotto l’immobilità dello stile concertato per interpretare scenicamente il godurioso brano, finendo scalza con le scarpe in mano a congedarsi dal pubblico.

Degna di nota anche la seconda parte del concerto dedicata alla Sinfonia n. 7 in La maggiore op. 92 di Beethoven ottimamente diretta dal Maestro Yoshida che ha trascinato tutto il pubblico nella galoppata finale dell’Allegro con brio.

Si può fare musica in ogni condizione e cornice, alcune sono più comode e scintillanti, altre disadorne e respingenti, per fortuna il talento, se c’è, illumina il più squallido palcoscenico. La soluzione PalaDozza ha consentito un afflusso maggiore di pubblico di quanto non avrebbe concesso il Manzoni o Il Comunale a capienza dimezzata, forse si può migliorare ancora l’ambiente restringendo la parte destinata al pubblico con intelaiature, non usando tutta la gradinata, coprendo le strisce che delimitano le aree di gioco e lasciando più spazio ai solisti nell’area scenica, teatralizzando maggiormente lo spazio come ad esempio fanno nel palazzetto usato solitamente dal ROF a Pesaro.

Certo è che spese faraoniche avrebbero attirato altre giuste critiche, soprattutto data l’incertezza della stagione, tutto sommato è bene godere di quello che c’è gustando voci come quella della Pratt perchè lo spettacolo dal vivo è mancato molto a tutti gli italiani tra marzo e giugno. Ogni possibilità di essere comunità in un giardino, teatro o spelonca deve sollevare gli animi e riconnettere ogni spettatore o spettatrice con la parte più intima di se stesso o se stessa, gioendo di gratitudine.