Il 20 maggio è una di quelle giornate che devono far parte del nostro calendario civile: esattamente cinquant’anni fa il parlamento approvava in via definitiva la Legge 300, Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento, più comunemente noto come lo Statuto dei lavoratori.
Un momento importante, perché la maggioranza di centro sinistra composta da DC, PSI riunificato e Partito Repubblicano, riusciva a portare in aula un dispositivo legislativo che sanciva, riprendendo un famoso titolo del quotidiano socialista “L’Avanti!”, l’entrata della Costituzione nelle fabbriche.

Statuto dei Lavoratori: la genesi della legge

La legge nacque grazie al dialogo fra i partiti di governo – in particolare per opera dei due ministri che si alternarono al dicastero del lavoro, il socialista Giacomo Brodolini e il democristiano Carlo Donat Cattin, entrambi provenienti dal sindacato, e del presidente della commissione parlamentare Gino Giugni, ma è stata frutto della grande stagione di lotte dal basso del secondo biennio rosso, il 1968-1969, come segnalava nel 1970 l’allora segretario Cgil Luciano Lama «Lo Statuto dei diritti è frutto della politica unitaria e delle lotte sindacali: lo strumento non poteva che essere una legge, ma la matrice che l’ha prodotta e la forza che l’ha voluta è rappresentata dal movimento dei lavoratori ».

Questo importante cinquantesimo anniversario cade in un momento complesso e particolare, la pandemia e l’uscita dalla fase emergenziale, che ha portato allo scoperto le tante lacune e le tante problematiche del mondo del lavoro e quindi della società italiana contemporanea. Nel ricordare l’anniversario noi storici e storiche della redazione di Vanloon abbiamo cercato di capire la maniera con cui quest’anniversario è stato presentato sulla stampa italiana, traendone un’amara conclusione: per molti giornalisti lo Statuto dei Lavoratori, non è altro che un ultimo pezzo di Novecento cui guardare con un po’ di nostalgia magari ma da considerare come qualcosa di definitivamente chiuso.
L’attualità: uno strumento menomato

E invece no, come puntualizza Marta Fana su “Il Fatto quotidiano” di lunedì 18 maggio 2020: «All’alba del suo cinquantesimo anniversario, lo Statuto dei lavoratori e delle lavoratrici si presenta come uno strumento menomato, lacerato dalla bulimia di riforme che si sono succedute a partire dalla fine degli anni Novanta fino ai giorni nostri. Istituzionalizzazione delle rivendicazioni politiche e sociali che avevano caratterizzato il decennio precedere, la manomissione dello Statuto altro non è che la formalizzazione nero su bianco di quella controrivoluzione neoliberale iniziata a metà degli anni Settanta e sfociata in Italia nella gestione della crisi del biennio 1992-1993.

La realtà dei fatti mostra inequivocabilmente che tutti i presupposti teorici e ideologici a fondamento dello smantellamento dello Statuto hanno fallito. Abbassando diritti e salari non si crea più occupazione, la produttività né tantomeno la competitività dell’economia non aumentano lasciando libere le imprese di disporre a proprio piacimento della forza lavoro. La precarietà non è uno stato passeggero ma un circolo vizioso da cui non è possibile sottrarsi invocando ulteriori retoriche come quella del merito individuale».

Vanloon tornerà a parlare di lavoro per il terzo appuntamento del suo #maggioworkingclass, con Alessia che intervisterà lo scrittore Alberto Prunetti a proposito di Chav. Solidarietà coatta di D. Hunter (Alegre, 2020).
Vanloon va in onda sabato alle 14 sulle frequenze di Radio città Fujiko. Potete seguire la diretta streaming dal sito della radio e ascoltare i nostri podcast, dal lunedì mattina sempre su www.radiovanloon.info.
Stay tuned, stay rebel!

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