La scena di Bristol ha scatenato un dibattito internazionale. Nella città inglese un gruppo di cittadini ha rimosso la statua dello schiavista Edward Colston e l’ha gettata nel fiume Avon. Un gesto che ha fatto clamore in tutto il mondo e che anche in Italia ha rinfocolato un dibattito su alcune statue che celebrano un passato coloniale o razzista. Tra queste spicca quella al giornalista Indro Montanelli, di cui si celebrano i meriti professionali ma si tende a rimuovere il passato colonialista, di cui si vantò in televisione ricordando il “matrimonio” con una bambina di 12 anni. La statua di Montanelli era già stata oggetto di un’azione di Non Una di Meno.

Statue: la memoria non è cristallizzata

La memoria è da sempre un campo di battaglia e spesso i monumenti e le statue vengono rimossi o abbattuti ad ogni cambio di regime. Questa sorte è toccata alle statue di Lenin negli ex-Paesi sovietici che si affrancarono dall’Unione, alla statua di Saddam Hussein una volta che gli stessi che lo avevano messo al potere decisero di detronizzarlo, e gli esempi sono innumerevoli.
L’assunto di base è che la storia viene scritta dai vincitori, per cui la memoria non potrà mai essere il semplice e neutrale ricordo del passato (occorre diffidare da chi lo sostiene). La monumentalistica, dunque, rientra a pieno titolo nella politica.

La polarizzazione che ormai si produce su ogni argomento non ha risparmiato nemmeno il dibattito attuale. Tra chi vuole rimuovere statue che incarnano razzismo, sessismo ed altri aspetti vituperabili e chi accusa i primi di fondamentalismo e volontà censorie.
In realtà la questione è diversa e attiene allo spazio pubblico. Chi ha problemi nei confronti di una statua che rievoca colonialismo o dittature non vuole rimuovere il passato. Probabilmente molte di quelle persone non avrebbero problemi se le statue incriminate trovassero collocazione in un museo, con opportune contestualizzazioni e spiegazioni.

Il punto è stato centrato molto bene quest’oggi da Alessandro Portelli in un articolo sul Manifesto. Una statua in uno spazio pubblico contribuisce a disegnarne l’immaginario. Il monumento, infatti, non ricorda il passato, lo celebra “ipotecando il presente”, sostiene l’autore.
Un monumento è ciò che chi lo ha messo in un posto pubblico vuole che noi vediamo tutti i giorni, condizionando anche implicitamente il nostro sistema di valori. Ecco dunque, che se i valori alla base delle statue presenti nelle nostre piazze sono discriminatori, l’immaginario non potrà essere inclusivo.

Se la politica della memoria non tiene conto della sensibilità di una fetta consistente della popolazione, se colloca statue che presentano contraddizioni e problemi valoriali, se in un regime democratico la comunità non viene coinvolta e fatta partecipare nei processi decisionali sulla monumentalistica, il rischio di battaglie contro le statue è presente.

La battaglia bolognese della memoria

Gli esempi di battaglie attorno ai monumenti si sprecano in tutto il mondo e spesso sottendono proprio un conflitto sullo spazio pubblico. Da un lato le istituzioni controllate dai vincitori impongono una certa narrativa, ma quando questa non è partecipata può trovare l’opposizione di gruppi di cittadini.
Senza andare troppo lontano, negli ultimi 75 anni a Bologna si contano almeno sei conflitti attorno alla memoria, a partire dalla loro rimozione, riplasmatura o risignificazione alla fine del fascismo, fino a casi molto più recenti.

“Il 25 aprile del 1945 da tutte le vie di Bologna fu cancellato ogni riferimento alla famiglia Savoia, ritenuta complice del fascismo – osserva ai nostri microfoni la storica Olga Massari, collaboratrice dell’Istituto Parri e redattrice di Vanloon – si tratta di un esempio molto raro”.
Particolarmente meritevole, inoltre, è la storia della statua del partigiano e della partigiana che campeggia a Porta Lame, ricordandone l’epica battaglia del novembre 1944.

“Quelle statue, realizzate dallo scultore Luciano Minguzzi nel 1946, furono ricavate fondendo il bronzo della statua di Mussolini a cavallo presente al littoriale, lo stadio di Bologna – ricorda Massari – che a sua volta era stata ricavata dai metalli sottratti ai cannoni degli austriaci nel 1948″.
Le attuali statue di Porta Lame, dunque, cambiarono forma tre volte nel corso della storia, in corrispondenza con altrettanti cambi di regime.

ASCOLTA LA STORIA DELLA STATUA DI PORTA LAME:

In città, però, ci furono anche altri scontri attorno alla memoria e ai simboli incarnati da statue o monumenti. Nel 2001, due anni dopo la celebre sconfitta della sinistra a Bologna, le Ferrovie dello Stato fecero ripartire l’orologio che segnava le 10.25 alla stazione di Bologna. L’orario segnato era quello della strage fascista alla stazione, il 2 agosto 1980 e l’orologio fermo è diventato un simbolo, un monumento involontario per ricordare quell’avvenimento.
Le motivazioni degli zelanti manutentori apparvero risibili: l’orario sbagliato avrebbe confuso o smarrito i viaggiatori. La città si mobilitò affinché l’orologio fosse fermato nuovamente sulle 10.25.

In anni più recenti il collettivo Resistenze in Cirenaica cominciò una vera e propria guerra odonomastica. Il nome stesso del rione bolognese porta i segni del colonialismo italiano. Attiviste e attivisti nel 2018 sostituirono i nomi coloniali delle strade con nomi di partigiane e partigiani, come via Libia che diventò via Vinka Kitarovic.
Per quanto simbolica, anche quella battaglia fu contro la scelta istituzionale di mantenere la nomenclatura coloniale delle vie.

Lo stesso collettivo, ad inizio 2020, ha subito un processo opposto. Il Comune ha rimosso dall’area verde in fondo a via Sante Vincenzi la targa apposta dai cittadini lo scorso novembre e dedicata a Lorenzo Orsetti, internazionalista Ypg caduto in Siria a marzo 2019, e ha intitolato il giardino a uno storico dell’antichità.
Resistenze in Cirenaica avrebbe ricollocato la targa nel parco se non fosse intervenuto il lockdown.

L’anno precedente fece clamore il gesto del collettivo Hobo, che lanciò gavettoni di vernice rossa contro la statua “L’amor patrio e il valor militare” ricollocata dopo molti anni per volontà del sindaco Virginio Merola sulla facciata di Palazzo D’Accursio.
Quella statua celebra Re Umberto I di Savoia, mandante della strage di lavoratori compiuta dal generale Fiorenzo Bava Beccaris durante i moti di Milano del maggio 1898. A fare giustizia per quella strage ci pensò il 29 luglio 1900 l’anarchico Gaetano Bresci. Più di un secolo dopo, in regime di democrazia, ci è voluto un sindaco del Partito Democratico a restituire dignità al re.