Per il terzo giorno consecutivo, dopo l’omicidio di George Floyd, l’afroamericano morto dopo essere stato bloccato a terra da un poliziotto, a Minneapolis e in altre città degli Stati Uniti si registrano proteste e rivolte. Il sindaco della città del Minnesota, Jacob Frey, ha dichiarato l’emergenza locale, chiedendo quindi aiuto allo Stato, per riportare “l’ordine e la calma” dopo le devastazioni nei centri commerciali, e le fiamme appiccate a molte auto, con le strade invase dai lacrimogeni e i trasporti pubblici sospesi. Un incendio è divampato all’esterno del commissariato degli ex agenti coinvolti nella morte di George Floyd e l’edificio, assediato dai manifestanti, è stato abbandonato. Nella giornata di ieri si è svolto anche un corteo, che ha marciato verso il centro della città chiedendo giustizia.

La rabbia per l’ennesimo omicidio a sfondo razziale della polizia si è manifestata anche in altre città, da Memphis a Los Angeles, Oakland, in California, e Denver, in Colorado, ma anche a Chicago e San Francisco.
Nel frattempo l’Onu ha lanciato un appello, riconoscendo implicitamente le ragioni della protesta: “Fermate gli omicidi degli afroamericani da parte della polizia”, chiede l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani Michelle Bachelet. Se le persone uccise dalla polizia negli Stati Uniti nel 2019 sono state 1099, la grande maggioranza infatti è di origine afroamericana.

Stati Uniti, gli omicidi razziali della polizia

Le tensioni per il razzismo della polizia statunitense si sono intensificate nel febbraio del 2012, quando venne ucciso Trayvon Martin, un ragazzino di 17 anni freddato da un agente di polizia, George Zimmerman. L’anno successivo l’agente venne assolto e sui social network cominciò a comparire l’hashtag #BlackLivesMatter (“le vite dei neri contano”).
Nel 2014 altri due omicidi di afroamericani, Micheal Brown ed Eric Garner sfociarono in proteste e portarono alla nascita del vero e proprio movimento.

Quelli di Martin, Brown e Garner sono solo la punta di un iceberg di continui soprusi da parte della polizia americana nei confronti dei neri, che per fortuna non sempre sfociano nell’omicidio. A confermarlo con una serie di esempi ai nostri microfoni è il giornalista Martino Mazzonis, che per Treccani cura l’Atlante Usa 2020.
“Si va da multe per i fari dell’auto a procedimenti giudiziari per altre cose che solitamente vengono lasciate correre con i bianchi”, osserva Mazzonis, sottolineando come lo stereotipo che aleggia è quello per cui l’afroamericano con ogni probabilità sta compiendo un reato.

La questione, oltre che razziale, è anche di classe, perché gli afroamericani e gli ispanici, in particolare, occupano più spesso posizioni lavorative umili, ma il razzismo della polizia varca anche i confini di classe. Il giornalista rievoca il caso di Henry Louis Gates, professore di Harvard che fu fermato mentre rientrava nella propria casa in un quartiere altolocato, perché il poliziotto, vedendolo entrare in un appartamento di valore, pensava fosse un ladro.

La “copertura” ideologica di Trump

Sia i dipartimenti di polizia che le azioni di ordine pubblico, negli Stati Uniti, sono sotto il controllo di autorità locali, quindi il presidente degli Stati Uniti non ha potere di intervento, a meno che la questione non assuma valore federale. Lo stesso dipartimento di Minneapolis, per cui lavoravano gli agenti che hanno fermato e ucciso e Floyd, ha una lunga storia di abusi nei confronti degli afroamericani.
Anche se non ha poteri diretti, però, le posizioni di Donald Trump e le sue simpatie con i movimenti suprematisti bianchi lanciano un messaggio che di certo non porta a cambiare le cose.

“Dopo aver condannato l’omicidio di Floyd – osserva Mazzonis – oggi Trump ha twittato qualcosa che suona come ‘se continuano i saccheggi iniziamo a sparare’. Ovviamente a Trump non interessa dei saccheggi, ma quel suo tweet è un messaggio ai propri elettori, alla parte razzista della società americana, che vuole rassicurare sostenendo che la polizia non dovrebbe uccidere gli afroamericani, ma se questi alzano troppo la testa si può arrivare a sparare”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARTINO MAZZONIS: