Come da previsioni, oggi non conosceremo chi sarà il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Un’affluenza record, pari al 67%, e i milioni di voti per posta allungano di molto le operazioni di scrutinio, ma è soprattutto la forte contesa, voto per voto, che provocherà riconteggi e ricorsi in quella che si sta confermando un’elezione presidenziale ad altissima tensione.
Il primo dato che spicca è che quanti davano per impossibile una rielezione di Donald Trump potrebbero aver sbagliato. Per quanto nella prima mattinata di mercoledì (ora italiana) lo sfidante Joe Biden risulti in leggero vantaggio, il tycoon ha vinto o è davanti in Stati-chiave: ha vinto in Ohio e Florida, ha sorpassato Joe Biden in Pennsylvania, è avanti in Georgia, Michigan e Wisconsin e col passare delle ore ha superato l’avversario anche in North Carolina. Se il candidato democratico vincerà, la vittoria sarà sul filo di lana.

Stati Uniti, l’incertezza e le previsioni smentite

Di prima mattina in Italia sono una settantina i voti elettorali presidenziali in bilico e non ancora assegnati. Sui 538, 227 sono stati assegnati in via definitiva a Joe Biden e 214 a Donald Trump. La soglia per l’elezione alla Casa Bianca è 270.
“Ci sono alcuni Stati dove il conteggio dei voti è ancora molto in ritardo – osserva ai nostri microfoni il giornalista Martino Mazzonis, che per Treccani cura l’Atlante Usa 2020 – I voti che mancano in quegli Stati favoriscono Joe Biden, ma in questo momento in quegli stessi Stati Trump è in vantaggio”.
Il giornalista sottolinea che la contesa si registra negli stessi Stati persi da Hillary Clinton nel 2016 – Pennsylvania, Wisconsin e Michigan, mentre l’Arizona è passata a Biden e ciò potrebbe facilitare la strada del democratico.

Il secondo elemento sottolineato da Mazzonis è che Trump è andato meglio del previsto. “In Florida ha vinto bene perché Biden è andato male a Miami cioè, pur avendo vinto, il margine è risultato inferiore a quello di Clinton nel 2016 – osserva il giornalista – Il dato sul voto latino potrebbe non essere particolarmente buono per i democratici, in particolare i cittadini latini potrebbero non essere andati in massa a votare”.
Una possibile spiegazione, per quanto è dato sapere fino a questo momento, è che Trump potrebbe essere stato in grado di mobilitare la propria base negli ultimi giorni, quando ha dato vita a numerosi comizi.
“La differenza col 2016 – continua Mazzonis – è che anche i democratici sono andati tanto a votare e che di conseguenza la vittoria si giocherà sul filo del rasoio in Pennsylvania e Michigan”.

In attesa del risultato definitivo, la buona prestazione di Trump nonostante le previsioni potrebbe dire ancora molto sul comportamento dell’elettorato americano. In una società molto polarizzata, come sono gli Stati Uniti di oggi, le posizioni radicali del tycoon esercitano ancora un fascino consistente su ampie fette della popolazione.

ASCOLTA L’INTERVISTA A MARTINO MAZZONIS: