I Soviet Soviet nascono tra Fano e Pesaro nel 2008 e sono formati da Matteo Tegu alla chitarra, Alessandro Ferri alla batteria ed Andrea Giometti al basso e voce. Già nel 2009 autoproducono i loro primi due EP dai titoli No Title e Soviet Soviet. I due CD ottengono un buon successo di critica, tanto che il gruppo viene recensito anche sul sito inglese Pitchfork.

Soviet Soviet: dagli esordi a Endless

Nel 2010 pubblicano per l’etichetta franco-inglese Mannequin uno split con i Frank (just Frank), di cui parlerà anche Simon Reynolds nel suo libro Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, pubblicato in Italia da Isbn Edizioni.

Dopo la pubblicazione del loro EP di b-sides intitolato “Ghost” su Coypu Records a fine agosto, i Soviet Soviet sono partiti in un tour in America Latina a settembre, seguito da un paio di date in Italia e una in Francia. La band, attualmente composta dai membri originari Andrea Giometti(basso e voce) e Alessandro Ferri (batteria) insieme al nuovo chitarrista Matteo Sideri, subentrato a Matteo Tegu, è finalmente pronta a calcare di nuovo i palchi italiani nel 2020!

L’immediatezza che caratterizza la dimensione live dei Soviet Soviet è stata presto portata in studio, dove, grazie a un lavoro particolarmente meticoloso, nasce “Fate”, il loro debut album pubblicato nel novembre 2013, che si inscrive nella traccia sonora dei precedenti EP. Verrebbe naturale etichettare i Soviet Soviet con l’aggettivo “post-punk”, anche se la band è costantemente impegnata ad ampliare i propri orizzonti verso diversi generi affini come coldwave e art-punk, con lo scopo di ottenere sonorità sempre nuove. Su questa scia, il 2 dicembre 2016, pubblicano “Endless”. I brani dell’album sono presenti in diverse compilation e conta anche un remix realizzato da Olver Ackermann (il cantante degli A Place To Bury Strangers). È stato seguito da numerosi tour in Italia e nel mondo (USA, Messico, Sud America, Russia e tanti altri).

Questo è solo il secondo disco per i pesaresi Soviet Soviet, ma la band è ormai da anni ritenuta una delle realtà più credibili tra coloro che si confrontano non con la tradizione di casa nostra, ma con stili provenienti dall’estero. In particolare, il trio si rifà in modo evidente al post-punk e alla wave, a tal punto che, se proprio si può muovere una critica all’ottimo debutto “Fate”, è quella per cui il disco rischiava di risultare un ascolto eccessivamente “di genere”. L’uscita di questo “Endless”, quindi, portava con sé la curiosità di capire se la band fosse in grado di personalizzare un po’ i propri modelli, e, alla prova dell’ascolto, la risposta è senz’altro affermativa.


I punti di forza del disco sono essenzialmente due, dei quali uno è la conseguenza dell’altro. Il primo di essi è una cura maggiore per la melodia: laddove in passato le canzoni sembravano puntare più sulle suggestioni sonore, qui c’è un songwriting di qualità, con i brani che, appunto, funzionano perfettamente anche dal punto di vista melodico, e con le suddette melodie che risultano adattissime al genere di riferimento, e che pertanto non ne snaturano le sensazioni inquiete che necessariamente ne sono parte.

Il secondo punto di forza è un ampliamento della tavolozza sonora, necessario per valorizzare al meglio la descritta evoluzione compositiva: ci sono più fantasia nell’utilizzo delle chitarre e arrangiamenti più complessi, che sfruttano una sezione ritmica di grande impatto, che, anch’essa, si confronta ottimamente con nuove necessità in termini di tempi da tenere.

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