Dopo il lockdown per contrastare la pandemia, l’unico pensiero che sembra oggi interessare è la ripartenza economica, ma il Covid-19 non è affatto sparito e, anzi, si diffonde proprio dove si lavora. Se il dato giornaliero di sabato riportava 235 nuovi contagi in tutto il territorio nazionale, una quota che le autorità si premurano di definire sotto controllo, è quello che sta accadendo soprattutto nelle aziende e nelle fabbriche a dover destare preoccupazione.
Nelle ultime settimane sono almeno una ventina i focolai significativi di coronavirus scoperti lungo tutto lo Stivale, con almeno 516 persone positive. Di questi, almeno otto sono stati registrati nei luoghi di lavoro, in particolare a Vicenza, Belluno, Trieste, Val d’Ossola, Padova, Mantova, Bologna e Fiumicino.

In Emilia Romagna risalgono i casi di coronavirus in Emilia-Romagna, con in testa le province di Ravenna e Bologna. Non si registrano nelle ultime 24 ore nuovi decessi di persone positive, ma i nuovi contagi sono 51 e salgono i casi attivi, ovvia il numero di malati effettivi, 26 in più rispetto a venerdì.
“Noi facciamo ispezioni a campione con la Medicina del lavoro per vedere che siano osservate le regole di sicurezza – ha affermato l’assessore regionale alla Sanità Raffaele Donini in un’intervista a Repubblica – Noto che la maggior parte degli imprenditori è attenta a osservare le prescrizioni. Ma laddove trovassimo situazioni non conformi, sanzioneremmo sicuramente. I trasporti e la logistica sono sotto osservazione, hanno risentito dell’aumento delle relazioni commerciali con le altre regioni”.

Contagi: le testimonianze dei lavoratori Bartolini

Le parole rassicuranti di Donini non trovano un completo riscontro nelle notizie degli ultimi giorni proprio inerenti il focolaio nato alla Bartolini e diffusosi poi al Cas Mattei.
In particolare, nel magazzino dell’azienda della logistica alle Roveri le regole di sicurezza non sono state rispettate e a testimoniarlo non sono solo le denunce del sindacato Si Cobas, ma anche l’ispezione compiuta dall’Asl lo scorso 18 giugno. “Non tutti portavano la mascherina – ebbe a dire Paolo Pandolfi, direttore del dipartimento di sanità pubblica dell’Ausl di Bologna – non era sempre garantito il rispetto delle distanze e c’erano alcune mancanza anche sulla gestione dei locali in termini di pulizia”. Ciononostante, l’azienda non è stata sanzionata, ma ancor più “folle” – come l’hanno definita i Si Cobas – è stata le decisione dell’autorità sanitaria di non chiudere il magazzino, nonostante i 118 positivi.

Eppure quelle persone sono in isolamento e sembra difficile comprendere come mantenere aperto il magazzino se un numero così consistente di lavoratori è fuori dai giochi. A spiegare bene come ciò sia possibile è Coordinamento Migranti, che ha intervistato due dei lavoratori migranti contagiatisi alla Bartolini e uno che, pur non lavorando nello stabilimento, si è ammalato proprio a causa della convivenza nei centri di accoglienza con un positivo al virus.
Attraverso un articolato sistema di appalti e subappalti e un reclutamento basato sul lavoro a chiamata presso categorie – i richiedenti asilo – che difficilmente possono rifiutare un’occasione lavorativa, nei magazzini della logistica è possibile un grande turnover di manodopera non specializzata, che non ha problemi a sostituire anche decine di persone finite in isolamento con altre decine di lavoratori non ancora contagiati.

Il livello di precarietà è così elevato che spesso i richiedenti asilo scoprono alle 18 o alle 20 di sera se lavoreranno quella notte. Con la stessa facilità di reclutamento, inoltre, le agenzie interinali cui si rivolgono le ditte in appalto e subappalto possono facilmente liberarsi dei lavoratori qualora si manifestino dei problemi. Nelle ultime settimane il problema è stato il coronavirus, ma il sistema è in piedi da ben prima della pandemia ed è stato utilizzato anche per il crumiraggio durante gli scioperi nei siti produttivi.
Un’esposizione così elevata a rischi per la salute, inoltre, rappresenta un problema anche al percorso di inclusione sociale intrapreso dagli stessi richiedenti asilo attraverso il lavoro. Una volta terminato l’iter della domanda di protezione internazionale, spesso i migranti devono lasciare le strutture di accoglienza e l’aver cominciato a lavorare durante la permanenza nei centri è una necessità che determina la transizione alla nuova vita.

Già a marzo Coordinamento Migranti aveva lanciato l’allarme per il rischio di focolai all’interno dei centri di accoglienza cittadini, dove il distanziamento non è garantito e il virus potrebbe diffondersi con grande facilità. Le istituzioni, però, non hanno ritenuto di dare ascolto all’appello e i centri di accoglienza rimangono potenziali luoghi per lo sviluppo di nuovi focolai.