Il livello del dibattito pubblico non è particolarmente alto di questi tempi, ma poche questioni in questi anni sono state discusse male come quella del sex work. I segnali di un dibattito che non è mai neanche realmente cominciato ci sono tutti. Il rifiuto di riconoscere e coinvolgere le persone di cui si parla, nonostante esse siano organizzate politicamente in collettivi come Ombre Rosse, e di cose da dire ne abbiano parecchie. L’associazione del lavoro sessuale e della vendita consensuale di prestazioni con il fenomeno illegale e violento della tratta e dello sfruttamento. Il collegamento completamente casuale con altri temi all’ordine del giorno, dalla cannabis light al matrimonio, passando per presepi e simili.

Ma il fatto che la politica sia incapace di produrre una discussione non le impedisce di prendere decisioni, e in questi mesi è in corso una commissione parlamentare che sta discutendo di come modificare la legge attualmente in vigore introducendo il cosiddetto “modello nordico”, un sistema abolizionista (ovvero orientato all’eliminazione del lavoro sessuale) introdotto per la prima volta in Svezia nel 1999.

Sex work: il dibattito parlamentare italiano

Ad oggi in Italia il sex work è regolamentato dalla legge Merlin, che “può essere configurata come una legge di parziale criminalizzazione – spiega Tommaso di Ombre Rosse – perché non criminalizza né le lavoratrici sessuali né i compratori di queste prestazioni. C’è però una criminalizzazione di tutto quello che c’è intorno al lavoro sessuale. La legge Merlin ha lasciato un vuoto giuridico in Italia, che nell’onda dell’ideologia antidegrado ha fatto sì che ordinanze comunali vietassero praticamente il lavoro sessuale in strada in nome del decoro e quindi andando a punire le soggettività che poi sono sicuramente più marginalizzate”.

È in questo contesto che si inserisce il lavoro della commissione parlamentare, che “sta studiando il fenomeno del lavoro sessuale accostandolo alla tratta, quindi utilizzando quelle retoriche che vanno a rinforzare l’approccio abolizionista, che si traduce poi in termini giuridici con un ulteriore criminalizzazione”. Il modello svedese prevede infatti la criminalizzazione dei clienti, mentre le sex worker sono considerate “vittime da salvare”. Lo scopo dichiarato di questo modello è quello di eliminare quello che viene visto come un problema da risolvere, eliminando la domanda. “Quello che abbiamo visto in Svezia è che non funziona – spiega Miranda di Fuckförbundet – non abbiamo meno lavoro sessuale di 20 anni fa. In più non ha reso il lavoro sessuale più sicuro. In termini di quotidianità significa uno stress continuo, perché la comunicazione con i clienti si concentra sul fatto di tenere i clienti al riparo dall’arresto e dallo stigma, perciò la sicurezza delle lavoratrici del sesso non è la priorità. Per esempio, un cliente mi manderà un messaggio non da un numero di telefono, che potrei controllare o lasciare ad una amica, ma tramite un app di messagistica anonima. Non mi lascerà il suo nome, o l’indirizzo, ma mi darà appuntamento in un angolo da qualche parte o mi verrà a prendere in macchina. Tutto questo è molto stressante, e se provo a chiedere al cliente di mandarmi una foto della sua porta di casa, o del suo passaporto, lui rifiuterà per paura che io sia un poliziotto”.

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Il modello svedese: a funzionare è il proibizionismo o il welfare?

Se da una parte sia in Svezia che in Francia – dove lo stesso modello è stato adottato 3 anni fa – sex worker e alleate hanno sottolineato più volte come questa forma di criminalizzazione le metta in pericolo, a rendere ancora più problematica l’importazione del modello svedese è il contesto in cui lo si vuole applicare. Infatti, come sottolinea Miranda il modello svedese è fatto di tante cose, “per esempio l’Università gratuita, opportunità migliori per le donne e per le persone che hanno figli di avere giorni liberi da dedicare al lavoro di cura, congedo parentale per entrambi i genitori. Essere in grado di divorziare facilmente e uscire da una relazione violenta. Accesso a sussidi sociali così che nessuno si trovi in una situazione in cui deve vendere sesso per sopravvivere. Queste sarebbero politiche femministe che avrebbe senso esportare dalla Svezia in altri paesi. Ma sfortunatamente queste riforme sono molto care, perciò è più facile prendere semplicemente questa legge per punire “gli uomini cattivi”.

Che la criminalizzazione alimenti la violenza contro le lavoratrici e i lavoratori del sesso in tutto il mondo Ombre Rosse lo denuncia da anni, ma quale sarebbe allora l’inquadramento giuridico migliore? “Quello che noi chiediamo è la decriminalizzazione del lavoro sessuale – spiega Tommaso – quindi semplicemente poter svolgere questo lavoro senza che ci siano reati ad esso collegati. Non la legalizzazione, il cosiddetto modello delle case chiuse, che ha una funzione di ulteriore controllo. La decriminalizzazione permetterebbe alle lavoratrici di svolgere la professione senza doversi nascondere, e quindi più consapevoli della propria condizione lavorative e quindi anche dei propri diritti”.

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Anna Uras