È un copione che abbiamo già visto quello a cui stiamo assistendo nelle ultime due settimane. Ancora una volta il governo si affanna in una decretazione d’urgenza che tenta di rincorrere il virus, ma sembra arrancare. Così arrivano misure scomposte, improvvisate, lapalissianamente prive di una pianificazione e di una strategia sanitaria e sociale, che questa volta non hanno più l’attenuante della sorpresa. La cosiddetta seconda ondata era stata ampiamente prevista e tutte le autorità, da quelle sanitarie ai decisori politici, avevano maggiori conoscenze per non farsi trovare impreparate.
Si ripresenta quindi un vizio atavico italiano, quello di non pianificare ma di affidarsi alla buona sorte.

Paracadute sociali: senza misure di sopravvivenza ci saranno mille Napoli

A leggere le bozze del dpcm circolate ieri, in vista di una conferma odierna, sembra di vivere in un loop. Come uno stimolo pavloviano il governo si appresta a imporre restrizioni a quei settori considerati non essenziali e sacrificabili: la cultura e la ristorazione. Sembra esserci però una terza considerazione alla base di queste scelte, certamente meno confessabile. Nel disperato tentativo di trovare un equilibrio tra tutela della salute e salvaguardia dell’economia, si immolano quei settori meno capaci di fare pressione attraverso le proprie lobby e che forse pesano di meno sul pil.
Il mondo culturale non vanta un proprio Bonomi a incalzare e lanciare diktat. La ristorazione non rientra negli associati di Confindustria.

Parliamoci chiaro: la curva epidemiologica ci dice inequivocabilmente che occorrono misure drastiche per fermare i contagi. La lettera inviata dagli scienziati al premier Giuseppe Conte e al presidente della Repubblica Sergio Mattarella non si basa su sensazioni, ma su considerazioni di carattere scientifico.
Tuttavia in questo secondo round della pandemia ci saremmo aspettati un’analisi lucida e chiara di come e dove il virus si diffonde, mentre la sensazione è che si proceda ancora “a sentimento”, per luoghi comuni. Tutto ciò che di più inutilmente dannoso si possa fare.
Qualora questa analisi fosse stata condotta in modo meticoloso, sarebbe bene che il Comitato Tecnico Scientifico o le autorità istituzionali lo spiegassero chiaramente, magari sottraendo un po’ di tempo alla propaganda e alle inutili polemiche.

Vi è un’altra sensazione che aleggia in modo drammatico. L’insistenza sulla cosiddetta “movida”, sulle occasioni di socialità additate come peccati capitali dell’irresponsabilità, potrebbe avere lo scopo di minimizzare e distogliere l’attenzione da tutti gli altri contesti di contagio, ma soprattutto dalle inadempienze istituzionali che via via emergono. Il mancato o insufficiente aumento dei mezzi del trasporto pubblico locale, il mancato o insufficiente aumento dei posti in terapia intensiva, i controlli insufficienti sul rispetto dei protocolli anti-Covid nei luoghi di lavoro: sono solo alcune delle questioni sollevate di recente e a cui il decisore politico ha semplicemente evitato di rispondere. Però si chiudono ristoranti, cinema e teatri.

Facciamo un esempio molto comprensibile. Quando nella primavera scorsa la produzione del Paese fu fermata, una delle pochissime attività a continuare poiché essenziale fu ovviamente quella della Grande Distribuzione Organizzata. I supermercati rimasero aperti perché il cibo è un bene fondamentale.
A distanza di mesi e nonostante vi fosse la possibilità, le lavoratrici e i lavoratori di molte catene di supermercati non sono stati testati, nonostante rappresentino una delle categorie più esposte proprio perché hanno continuato a lavorare anche nelle fasi più acute della pandemia.
Questo ci racconta molto dei datori di lavoro, ma ci dice molto anche del governo che non ha imposto un obbligo di test per quei lavoratori e quelle lavoratrici.

Oggi, dunque, ci troviamo di fronte ad un dejà-vu, con nuove misure restrittive che vanno a colpire alcuni settori senza particolari evidenze scientifiche.
A parte l’arretratezza culturale di considerare la cultura e la socialità qualcosa di non essenziale nella vita delle persone – evidente tara del sistema capitalistico in cui viviamo – si poteva arrivare a questa situazione in modo diverso rispetto a quanto successo durante la prima ondata. C’erano tutte le condizioni, il tempo e le conoscenze, per prevedere a priori e in via preventiva misure economiche di sostegno al reddito di tutte quelle persone che inevitabilmente avrebbero subito un contraccolpo dalle limitazioni. Nella migliore delle ipotesi, accadrà quello che abbiamo visto in primavera, con il governo che corre ai ripari versando l’elemosina dei 600 euro o dando la possibilità di una cassa integrazione straordinaria i cui assegni non sono ancora arrivati a tutti.

Qualora il governo avesse previsto e pianificato misure economiche, in altre parole un reddito di emergenza, alle lavoratrici e ai lavoratori colpiti dalle misure restrittive, e qualora le avesse presentate prima o contestualmente all’annuncio dei dpcm, probabilmente non avremmo assistito alle scene di Napoli o alle proteste e rivolte che presumibilmente avverranno in futuro.
Più in generale, però, la pandemia avrebbe dovuto essere – e per certi versi è ancora – l’occasione per introdurre paracadute sociali che correggano le gravi storture del nostro modello di sviluppo.
Ciò passa inevitabilmente per criteri probabilmente invisi al presidente di Confindustria: una redistribuzione della ricchezza, sostenuta da una tassazione della rendita e dei patrimoni.