Nel grigio autunno austriaco del 1880 un giovane Sigmund Freud fa ritorno a Vienna dopo aver passato un periodo di intensa ricerca presso la scuola parigina di Jean-Martin Charcot. Imbevuto di teorie sull’isteria e fresco di esperimenti sulla pratica dell’ipnosi, l’aspirante neurologo tenta di dimostrare la validità delle sue prime intuizioni sull’inconscio umano, muovendosi a tentoni in un mondo di accademici ancora propensi a interpretare i fenomeni della psiche come frutto della pura azione di elementi organici disfunzionali. La sua ricerca arriverà a un punto di svolta con lo straordinario caso di Fleur Salomè, una misteriosa donna con poteri medianici che parrebbe trovarsi al centro di uno strano complotto per rovesciare i vertici dello stato austriaco. Affascinato dalle condizioni della donna e dai suoi incredibili poteri, Freud inizierà con lei un percorso di cura che lo porterà a essere coinvolto in una serie di sanguinosi omicidi.

Freud: la serie Netflix

In un’arcinota ballata di Harry Belafonte accompagnata dal Chad Trio dal titolo The Ballad of Sigmund Freud il ritornello suona pressappoco così:

«Well, Doctor Freud, oh Doctor Freud
How we wish you had been differently employed
But the set of circumstances
Still enhances the finances
Of the followers of Doctor Sigmund Freud
».

Dopo aver visto la nuova serie tv ispirata al padre della psicoanalisi il pensiero dello spettatore più accorto non si discosterà molto dall’idea che il buon Harry proponeva nella sua canzone a proposito della vendibilità della materia del caro Sigmund ai nostri tempi. Perché di finanze e di followers si parla, in effetti, se ci si vuole azzardare a individuare le ragioni che stanno dietro all’operazione Freud, portata avanti da Netflix con grande scalpore prima e grande numeri di pubblico poi. La miniserie di otto puntante ha aperto la Berlinale Series del Festival del Cinema di Berlino nel febbraio scorso, presentandosi come prima produzione austriaca del colosso dello streaming.

Go big or go home direbbero gli americani, e in effetti adattare per lo schermo la storia di uno dei personaggi più controversi – e popolari – del secolo scorso è un’iniziativa che porta con sé una certa carica di aspettativa e una non trascurabile dose di sospetto. Ma a parlare di Freud il sospetto, si sa, è di casa, e allora si storcerà forse un po’ il naso a vederlo impegnato in sedute spiritiche e conversazioni con un Arthur Schnitzler in realtà a malapena conosciuto, eppure qualche piccola licenza inventiva tutto sommato la si potrà accettare. Nessun purista in psicoanalisi, se non fosse che la mancanza di accuratezza storica non è neanche il problema più ingombrante dell’intera produzione: gli spunti biografici sul Freud-uomo sono furbi e piazzati con una certa attenzione all’interno di una narrazione che invece pecca criminosamente di solidità e originalità, andando a pescare nella cesta dei più usurati cliché del thriller e dell’horror splatter pur di acchiappare l’urlo mezzo strozzato dello spettatore.

Se arrivati alla terza puntata insieme all’affascinante fragranza di sangue e carne bruciata sentite odore anche di operazione commerciale avete capito tutto, una volta incassata la delusione delle aspettative potrete addirittura riuscire a immaginare un titolo alternativo per la serie e apprezzare l’innegabile qualità delle ambientazioni e dei costumi, quelle sì frutto di un lavoro di ricostruzione certosino tipico delle produzioni di area germanica. Nel rimaneggiamento della storia compaiono poi dei personaggi centrali nel côté culturale di fine Ottocento tra Vienna e Parigi: da Meynart a Schnitzler, passando per Breuer e arrivando a una Lou von Salomè qui completamente privata della sua identità storica, anche l’intero impianto dei personaggi sceglie la facile via dello sfruttamento dei nomi reali atto alla creazione dell’atmosfera, perdendo però l’occasione di approfondirne la reale psicologia e utilizzandoli come semplici leve per l’avanzamento della trama principale.

Lo stesso protagonista soffre di una sovraesposizione tale da farlo risultare addirittura caricaturale quando veste i panni del novello Sherlock Holmes che vaga nelle oscure gallerie delle fogne e appare sulla scena del delitto giusto un attimo dopo che l’atto efferato è stato commesso. Il fatto poi che le puntate abbiano i nomi dei nuclei concettuali portanti della psicoanalisi freudiana non aiuta, perché nei punti nodali di una trama madre per nulla brillante ma tutto sommato scorrevole si avvertono, proprio a ragione di ciò, una serie di inutili forzature di scrittura e addirittura di regia, che nel loro già diffuso didascalismo mirano a far vedere nei minimi dettagli dove e perché quel fenomeno psichico si manifesta nei personaggi.

Tra qualche allucinazione, almeno un paio di riti occulti e varie possessioni il giovane Sigmund ricostruisce infine un buon numero di scene del crimine e pare fare dei progressi enormi nello studio delle logiche che regolano la nostra psiche: come alla fine di una puntata de La signora in giallo (che Angela Lansbury ci perdoni) a un tratto tutto appare limpido, riconoscibile e verificabile, dalla matassa del caos psichico – e, ahinoi, narrativo – tutti i nodi si sono sciolti, pronti per essere tagliati a misura e nel massimo dell’ordinarietà, con tanta pazienza e un minimo sforzo di comprensione.
Ma come? Non era stato Freud a dire che il nostro inconscio è strutturato come un linguaggio a noi per larga parte imperscrutabile? «Oh, Netflix, how we wish you had been differently employed…».

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