Dopo mesi di gestazione è stato diffuso ieri il “Piano Colao”, il documento elaborato dalla task force presieduta dall’ad di Vodafone Vittorio Colao, chiamata dal governo a redigere un piano per fronteggiare la crisi scaturita dall’emergenza Covid. Si tratta di un documento di 121 pagine con sei macro-obiettivi e sei macro-settori, dal titolo “Iniziative per il rilancio – Italia 2020-2022“.
Oltre la copertina nominale degli obiettivi “digitalizzazione e innovazione, rivoluzione verde, parità di genere e inclusione”, nella proposta sono presenti almeno quattro punti critici che non vanno certo nella direzione di “equità” che si propone formalmente il piano stesso.

Piano Colao: scudo penale per i padroni

Uno dei punti più controversi riguarda un tema che è stato oggetto di scontro durante la fase acuta della pandemia: il braccio di ferro sulla chiusura della attività produttive non essenziali. La mancata chiusura in territori come la bergamasca è indicata come una delle principali cause della diffusione dei contagi e l’esplosione dei focolai. Eppure la task force propone uno scudo penale per i padroni.
“Escludere il ‘contagio Covid-19’ dalla responsabilità penale del datore di lavoro per le imprese non sanitarie” è la dicitura con cui il gruppo di lavoro presieduto dall’ad di Vodafone conta di risolvere una questione che può facilmente portare a strascichi legali.

A fianco a questa proposta si trova quella di neutralizzare fiscalmente, in modo temporaneo, il costo di interventi organizzativi per l’adozione dei protocolli di sicurezza, definire e adottare un codice etico per la pubblica amministrazione sullo smart working e consentire (in deroga temporanea) il rinnovo dei contratti a tempo determinato in scadenza almeno per tutto il 2020.

“Un elemento che invece manca completamente è la redistribuzione della ricchezza – commenta ai nostri microfoni Giorgio Cremaschi, ex sindacalista e anima di Potere al Popolo – Si parla di inclusione, ma di per sè non vuol dire niente. Ciò che serve è la redistribuzione della ricchezza, che oggi è più che mai concentrata nelle mani di pochi”.

La “norma Tav”: esautorare le comunità sulle grandi opere

Un altro punto fortemente controverso del documento riguarda le grandi opere. La proposta della task force è quella di esautorare le comunità locali dalle decisioni democratiche – vissute come “ostacoli” – riguardo alla realizzazione di infrastrutture ritenute strategiche. “Identificare chiaramente le infrastrutture ‘di interesse strategico’ – si legge nel documento – e creare un presidio di esecuzione che garantisca la rimozione di ostacoli alla loro realizzazione anche attraverso ‘leggi o protocolli nazionali di realizzazione non opponibili da enti locali’.

Tra le infrastrutture indicate nel documento sono presenti anche quelle di “trasporto/logistica”. Il pensiero corre in automatico alla Val di Susa, dove è in corso una battaglia ventennale che vede opporsi le comunità locali al governo nazionale e regionale. Il territorio valsusino è stato militarizzato da tempo per la realizzazione della linea Torino-Lione dell’Alta Velocità e la task force sembra voler prendere questo esempio a modello. La pianificazione di tali infrastrutture, inoltre, dovrebbe avvenire attraverso una unità di presidio presso la Presidenza del Consiglio.

Il Tav sembra il vero e proprio pallino della task force, al punto che ritorna come cura di tutti i mali in diversi capitoli. L’Alta Velocità, infatti, viene indicata anche come volano del turismo, prevedendo linee un po’ ovunque: “Migliorare l’accessibilità del turismo italiano, investendo nei collegamenti infrastrutturali chiave relative alle aree/poli turistici ad alto potenziale e ad oggi mancanti, potenziando le dorsali dell’Alta Velocità, alcuni aeroporti turistici minori e la logistica intermodale per le città d’arte”.

Lo stesso approccio volto a “escludere l’opponibilità locale” si trova nel capitolo sullo sviluppo del 5G. Su questo tema, che è oggetto di preoccupazioni (e qualche teoria del complotto) di tipo sanitario in alcune fette della popolazione, il Piano Colao dice senza mezzi termini che bisogna superare anche le restrizioni prudenziali contenute nella legislazione italiana per “adeguare i livelli di emissione elettromagnetica in Italia ai valori europei, oggi circa 3 volte più alti e radicalmente inferiori ai livelli di soglia di rischio”.

Sanatorie per lavoro nero e contante

Ci sono anche due proposte di sanatoria nel capitolo ‘imprese e lavoro’ del Piano Colao. La prima è per l’emersione del lavoro nero che, sulla scorta del decreto Rilancio preveda l’emersione del lavoro irregolare in alcuni settori ma anche un mix di premialità (riduzione della contribuzione), paletti (dichiarazione di assenza di lavoro nero) e sanzioni (in caso di dichiarazioni del falso. Una seconda Voluntary Disclosure riguarderebbe invece l’emersione e la regolarizzazione del contate derivante da redditi non dichiarati con il pagamento di un’imposta sostitutiva e l’obbligo di investimento di una parte dell’ammontare (40-60%) per 5 anni in strumenti di supporto del Paese.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIORGIO CREMASCHI: