Oggi, 5 dicembre, la Francia si ferma e scende in piazza contro la riforma delle pensioni voluta dal presidente Emmanuel Macron. I servizi si fermeranno quasi del tutto per tutto il giorno: dagli aerei ai treni, da autobus e metro alle scuole, fino agli ospedali, aperti solo per le emergenze. In tutto il paese si attende una mobilitazione di massa, tra le più imponenti degli ultimi anni. Sono circa 250 le manifestazioni annunciate a Parigi ed in altre città, promosse da sindacati, partiti dell’opposizione e ‘gilet gialli’ per chiedere al presidente francese di ritirare la riforma.

Sciopero fino a Natale: la promessa dei lavoratori

Le mobilitazioni francesi hanno sempre avuto un carattere molto muscolare: niente a che vedere con i brevi scioperi italiani, dove al massimo ci si astiene dal lavoro per una giornata. I sindacati francesi hanno promesso una fermata ad oltranza che, qualora il governo non ritirasse la riforma, potrebbe durare fino a Natale. Le modalità della mobilitazione hanno un precedente: nel 1995 il Paese restò paralizzato per tre settimane, fino a Natale, con 2 milioni di lavoratori in piazza e un mesto dietro-front da parte del governo, con successive dimissioni dell’allora premier Alain Juppé e lo scioglimento del Parlamento.

“Non credo che in questa occasione si arriverà a delle dimissioni – afferma ai nostri microfoni Jessy Simonini, che si trova a Nantes, in Francia – perché questo potere è incancrenito e capace di occupare le posizioni. Non c’è la volontà politica in chi detiene il potere di mettersi in discussione. Al contrario, attraverso una retorica e un lessico armonico, del ‘discutere insieme’, in realtà c’è la volontà di far passare riforme neoliberiste che danneggiano la vita delle persone, dando una sfumatura di partecipazione, ma senza la capacità di incidere sul disagio delle persone”.

Pensioni e non solo: Macron e lo smantellamento dei diritti

Il quadro che disegna Simonini sulla mobilitazione francese vede nella protesta contro la riforma delle pensioni solo la punta di un icerberg del malcontento che è maturato negli ultimi due anni.
Per questo motivo, in piazza oggi ci saranno sia lavoratori del settore pubblico che di quello privato, sia studenti che gilet gialli, la cui battaglia evidentemente è stata sconfitta.
“La riforma delle pensioni è una specie di pretesto positivo – osserva il corrispondente – che è il punto di arrivo di un percorso di lotte degli anni scorsi, ma anche un punto di partenza. Il nodo centrale della protesta riguarda la direzione in cui sta andando questo Paese con le politiche di Macron e del governo”.

Nello specifico della riforma delle pensioni, sia Macron che il suo primo ministro, Edouard Philippe, continuano a sostenere che non hanno alcuna intenzione di rinunciare, ma al massimo far slittare lo scadenzario dell’entrata in vigore. L’effetto della riforma, qualora entrasse in vigore, sarebbe l’innalzamento dell’età pensionabile, ma soprattutto la riduzione degli assegni pensionistici. L’ipotesi è quella di eliminare i 42 regimi esistenti che garantiscono percorsi specifici per la pensione e di fonderli in un unico “sistema universale” a punti.

Macron spaccia i diritti come privilegi

Presentando la riforma delle pensioni, il governo e il presidente francese hanno dipinto i 41 regimi speciali come “privilegi”. La loro abolizione, secondo questa retorica, sarebbe un atto di giustizia. E poco importa se, per appartenere ad un regime speciale, lavoratrici e lavoratori francesi hanno rinunciato a una fetta di salario versando più contributi.
“Non sorprende questa narrazione, perché è quella che Macron utilizza da quando si è insediato – osserva Simonini – Anche l’anno scorso, in occasione della mobilitazione dei ferrovieri, in molti nell’area della maggioranza di En Marche hanno sostenuto che il ferroviere è un lavoro privilegiato”. Per il corrispondente, la retorica macroniana è tutta incentrata sul privilegio, che in realtà sarebbe il diritto, e sulla sua abolizione per questioni di equità, quando in realtà si parla di riduzione delle tutele. Una retorica neoliberista che continua a peggiorare e rendere sempre più poveri e ricattabili i lavoratori francesi.

ASCOLTA L’INTERVISTA A JESSY SIMONINI: