Le misure che il governo Draghi sta assumendo in tema di lavoro rivelano la natura e l’orientamento ideologico dell’esecutivo. Appena l’emergenza sanitaria ha allentato la morsa, infatti, la preoccupazione di Palazzo Chigi sembra essere quella di accontentare Confindustria e il risultato verosimilmente sarà che ancora una volta a pagare la crisi economica sarà chi lavora.
Il rifiuto di una misera patrimoniale, così come proposta dal segretario del Pd Enrico Letta per la tassa di successione, ma soprattutto lo sblocco dei licenziamenti a fine giugno e la deregulation sugli appalti avranno un impatto devastante su lavoratori e lavoratrici che già hanno accusato il colpo della pandemia.

Appalti al ribasso: crollo dei salari e taglio della sicurezza

All’interno della bozza del Decreto Semplificazioni che il governo si appresta ad approvare è contenuta una vera e propria deregulation sugli appalti. In particolare, si andrebbe verso il ritorno di appalti al massimo ribasso, subappalto libero e senza regole, deroghe al Codice Appalti prorogate fino al 2026. In nome di uno snellimento della burocrazia per favorire una presunta ripresa, la misura provocherà un’ulteriore erosione dei salari, un taglio dei costi sulla sicurezza mentre nel Paese si continua a morire di lavoro e una maggiore facilità di infiltrazione per la criminalità organizzata.

È proprio negli appalti, infatti, che negli ultimi decenni si sono registrate le peggiori situazioni di illegalità e di sfruttamento e i settori vanno dalla logistica all’edilizia, dall’agroalimentare al sociale. La comparsa di cooperative spurie, l’intermediazione illecita di lavoro (cioè il caporalato) ed altri fenomeni hanno reso necessario la promulgazione del Codice Appalti nel 2016, che ora il governo Draghi vorrebbe modificare.

Sblocco dei licenziamenti: almeno mezzo milione di lavoratori a rischio

Secondo l’Istat da febbraio 2020 a febbraio 2021 sono stati persi 945mila posti di lavoro nonostante il blocco dei licenziamenti deciso dal governo Conte. Ciò è possibile perché nel nostro Paese le forme contrattuali precarie sono molteplici e a causa della pandemia hanno prodotto un mare di mancati rinnovi.
Già durante la pandemia una platea infinita di lavoratrici e lavoratori è rimasta scoperta dagli aiuti governativi poiché il proprio contratto non consentiva l’accesso agli ammortizzatori sociali o a sussidi. Lo sblocco dei licenziamenti previsto per il 30 giugno rischia di colpire anche quante e quanti finora hanno mantenuto il proprio posto di lavoro.

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando (Pd) nelle settimane scorse aveva già dichiarato che non sarà possibile prolungare il blocco dei licenziamenti fino ad ottobre, così come avevano chiesto i sindacati, proponendo invece una mediazione con scadenza al 28 agosto. Nel frattempo, però, nè il governo nè il Parlamento hanno messo in campo una riforma universalistica degli ammortizzatori sociali, misura necessaria per dare una copertura a chi perderà il posto in seguito allo sblocco.
Secondo le stime, i posti di lavoro che rischieranno di saltare vanno dai 500mila ai 700mila, producendo una crisi ancora più grave di quella che abbiamo conosciuto dal 2008 ad oggi.

I sindacati verso la mobilitazione

Nella giornata di ieri Cgil, Cisl e Uil hanno protestato per le scelte del governo su entrambi i temi e si dicono pronti alla mobilitazione, compreso lo sciopero generale. Ad evocarlo esplicitamente è stato il segretario nazionale della Cgil, Maurizio Landini, ma anche dalle confederazioni territoriali sono arrivati comunicati.
In Emilia Romagna i segretari Luigi Giove (Cgil), Filippo Pieri (Cisl) e Giuliano Zignani (Uil) hanno preso parola per contestare entrambi i provvedimenti. «Il Governo cambi direzione e apra un confronto vero con le organizzazioni sindacali – scrivono in una nota i sindacalisti – altrimenti saremo pronti ad attivare tutte le forme di mobilitazione a nostra disposizione, nessuna esclusa».

«Nel momento in cui parte la ripresa – osserva ai nostri microfoni Zignani – i lavoratori non devono essere espulsi dal processo produttivo, ma devono rimanerci all’interno. Non capiamo perché Confindustria nella nostra regione firma con noi il Patto per il Lavoro in cui si impegna a mantenere gli stessi livelli occupazionali, mentre poi firma un documento con le altre Confindustrie del nord e del nordest in cui chiede lo sblocco dei licenziamenti».
Il segretario della Uil dell’Emilia Romagna mette in guardia: «La piazza è sempre pronta, chi vuol riscaldare le piazze e creare uno scontro sociale nel Paese si assuma tutte le responsabilità».

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIULIANO ZIGNANI:

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