Il governo va verso l’accordo sul salario minimo, un tetto voluto dal Movimento 5 Stelle per contrastare il lavoro povero. Ma dalla soglia dei 9 euro lordi all’ora, fissata inizialmente dalla ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, si potrebbe passare ad una quota che arriva ai 7,8 o 7,5 euro, sempre lordi.
Sembra essere questo il frutto della mediazione interna alla maggioranza, in particolare per le pressioni esercitate dal Partito Democratico e da Italia Viva.

Salario minimo orario: un compromesso al ribasso

“Si tratta di un compromesso al ribasso – commenta ai nostri microfoni Simone Fana, coautore insieme alla sorella Marta del libro ‘Basta salari da fame‘ – che non risolve assolutamente il tema del lavoro povero, che è la vera urgenza a cui dovrebbe rispondere la politica italiana”.
La proposta iniziale della ministra, secondo Fana, avrebbe garantito un aumento dei salari per i tre milioni di lavoratori che attualmente percepiscono paghe orarie sotto quella soglia, mentre l’accordo a cui si sta arrivando sarebbe assolutamente regressivo, che porta l’Italia nella parte più bassa della retribuzione minima oraria europea.

7,5 euro lordi all’ora porterebbero a salari che si attestano attorno alla quota dei 780 euro mensili del reddito di cittadinanza. “È una soglia che dovrebbe scandalizzare – insiste Fana – C’era bisogno di almeno 9 euro per aggredire quella parte di profitto e distribuirla ai salari, che riproduce le stesse dinamiche che abbiamo già visto, perché, se questa rimane la soglia, anche le retribuzioni appena più alte rispetto a questa rischiano di slittare verso il basso”.

Il dogma di non toccare i profitti

Eppure l’attuale governo ha più volte sostenuto di voler aiutare i lavoratori, ad esempio con misure come il cuneo fiscale, che farebbero aumentare i salari.
“A mio avviso il cuneo fiscale è una presa in giro – osserva l’autore di ‘Basta salari da fame’ – Negli ultimi cinque anni, con le agevolazioni del governo Renzi, abbiamo dato alle imprese circa 14 miliardi di euro, che non sono stati utilizzati per creare buona occupazione, perché a crescere è stata solo l’occupazione nei settori poveri, e oggi pensare di continuare ad alzare i salari riducendo le tasse rischia di essere un boomerang, perché le conseguenze si manifesterebbero sui servizi di welfare, già oggetto di privatizzazioni”.

Al contrario, un salario minimo orario fatto nel modo giusto favorirebbe l’economia, perché distribuirebbe reddito dai profitti ai salari, permetterebbe la crescita della domanda interna e dei consumi, libererebbe milioni di lavoratori da una condizione di ricatto e sfruttamento e consoliderebbe una ripresa economica che oggi continua a faticare.
Al contrario, le politiche viste in questi anni, tutte tese a non toccare le tasche degli imprenditori, hanno ostacolato investimenti di qualità, ma hanno incentivato le specializzazioni delle imprese in settori a basso valore aggiunto.

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