Dopo i loro lavori individuali – “Non è lavoro, è sfruttamento” e “Tempo rubato” – i fratelli Marta e Simone Fana escono con un libro a quattro mani su uno dei temi tanto caldi quanto tabù nell’era contemporanea: la questione salariale. Sarà nelle librerie il prossimo 7 novembre e il titolo racconta già la posizione degli autori: “Basta salari da fame” (Edizioni Laterza).
Marta e Simone Fana presentano il libro ai nostri microfoni, in attesa della presentazione pubblica bolognese, che si terrà l’8 novembre al circolo Arci Ritmo Lento.

Salario: una questione urgente

Oggi in Italia si guadagna meno di trent’anni fa, a parità di professione, di livello di istruzione, di carriera. Vale per tutti, tranne per quella minoranza che sta in alto. Questo dovrebbe essere il problema. Ci è stato detto che bisognava rendere il mercato del lavoro più flessibile e abbassare i salari per aumentare la competitività delle aziende e saremmo stati tutti più ricchi: l’abbiamo fatto ma siamo solo più poveri e ricattabili”.

È questa la fotografia di presentazione del volume, che disegna anche la cornice in cui si muove. Una cornice al cui interno si trovano narrazioni tossiche della classe padronale (aiutata dalla stampa mainstream), fatte di colpevolizzazione dei lavoratori, di dogmi su flessibilità e produttività, ma anche di working poors, sfruttamento, lavoro gratuito, welfare aziendale come merce di scambio all’aumento delle paghe, fino al presunto dumping salariale che la forza lavoro migrante farebbe e che alimenta le pulsioni razziste e la frammentazione della classe lavoratrice.

Marta e Simone Fana passano sotto la lente di ingrandimento ciascuno di questi elementi, fornendo dati e analisi, smontando i falsi miti e mettendo in discussione le argomentazioni che siamo soliti sentire:

Ormai il mercato del lavoro è una giungla con una sola certezza: stipendi bassi e precari. Paghe da fame per un lavoro povero. E se fosse proprio questo il problema che impedisce alla nostra economia di crescere? E se ricominciassimo a parlare di lotta salariale? È sull’impoverimento dei lavoratori, infatti, che molte imprese continuano ad accumulare profitti agitando di volta in volta il nemico esterno più utile alla propria retorica: gli immigrati, le delocalizzazioni, la tecnologia.

Salario minimo: il primo strumento per cambiare le cose

Basterebbero due dati per comprendere che la questione dei salari deve essere affrontata di petto: in Italia il 14% della forza lavoro si trova in condizioni di povertà lavorativa e il 30% dei giovani occupati non guadagna più di 800 euro al mese.
Attraverso l’analisi della storia economico-politica italiana, i fratelli Fana evidenziano come gli aumenti salariali siano stati frutto del conflitto sociale, perché dal Dopoguerra passando per l’inizio degli anni ’90 e fino ai giorni nostri, le ideologie economiche dominanti e le loro applicazioni politiche sono andate in senso opposto, quello di un blocco se non di una vera e propria erosione salariale.

L’auspicio, quindi, è quello di una ripresa delle rivendicazioni dei lavoratori, ma accanto a questo esistono strumenti che possono essere messi in campo, come il salario minimo orario.
Proposto dalla componente pentastellata del precedente governo e avversato anche da alcuni sindacali che vi vedono un grimaldello contro il contratto collettivo nazionale e un’arma a favore delle imprese nella contrattazione per intaccare i contratti più remunerati, il salario minimo dimostra, là dove è stato applicato, che gli effetti sono altri. Da un lato, infatti, previene fenomeni come gli appalti al ribasso, dove la vantaggiosità delle offerte si misura spesso con il taglio al costo del lavoro, dall’altro rappresenta un “pavimento” sotto il quale non si può scendere, che può dare forza alla contrattazione stessa.

ASCOLTA LA PRESENTAZIONE CON MARTA E SIMONE FANA: