Ken Thomson, Mattew Shipp e un clamoroso Blood Ulmer consegnano agli archivi uno dei festival più’ importanti degli ultimi anni

Anche nell`ultimo giorno il cartellone fa grandi promesse, a partire dall`arrivo del quintetto del saxofonista Ken Thomson, realta` di quella west coast di cui e` difficile vedere i suoi protagonisti in tournee` in Europa. Con lui un altro personaggio di primo piano di quest`area musicale, il trombettista Russ Johnson. Completano l`organico la chitarra di Nir Felder, il basso di Adam Armstrong e la batteria di Fred Kennedy.

L´impatto sonoro e` eccellente, con temi inizialmente costruiti su segmenti separati che progressivamente si uniscono per definire i temi portanti su cui i vari solisti di assoluta capacita` possono esplicare le loro idee creative. Ottimo Thomson sia al contralto che al clarinetto basso, capace di sussurri e grida, dolce e graffiante. Degno della fama acquisita  anche Johnson, dalla tromba perfettamente intonata e capace di grande gusto nel piazzare i colpi decisivi. Certamente non sfigurano anche gli altri elelmenti della band, a partire dagli sferzanti accordi della chitarra che dividono le battute musicali con efficaci stacchi.

Una musica che narra in progressione stati d`animo, una musica che sa emozionare e questo non e` certamente poco.

In una dosata alchimia da spettacolo il palco si ferma sul fermo immagine di Matthew Shipp, impegnato in un recital per solo piano.

Il lungo frammento presentato si snoda in un intricato percorso fatto di ballad storiche rivisitate dal pianista in modo assai convincente, dove la tradizione approccia l`improvvisazione dell`avanguardia odierna in un incontro del terzo tipo che assume i toni dell`armonia sulla tastiera, mai forzando questa rilettura, ma cercando ancora nuove prospettive in melodie cosi` tanto frequentate nei decenni. La mano di Shipp e` sicura, il tocco fluido, la lucidita` non viene mai meno in tutto il corso del set.

Il palcoscenico esplode nella luce,  tra lampi e riflettori arriva la Fire Orchestra di Mats Gustafsson, una grande banda spettacolo (pure troppo, avrei fatto volentieri a meno dei fari stroboscopici negli occhi…)

Diciotto elementi con una possente sezione fiati ed una altrettanto fornita sezione ritmica. Questa e` la forza della formazione, un organico cosi` nutrito da dare grande potenza all`impatto sonoro. Vengono lanciati semplici riff, ripetuti in modo ossessivo, per introdurre le due brave vocalist  Mariam Wallentin e Sofia Jernberg che, dialogando tra loro,  intonano le canzoni accompagnate dall`orda musicale sottostante. Tutto ha il sapore della festa, al limite del baraccone. Cio` che viene a mancare pero` e` proprio la musica, limitata nella partitura e orchestrata approssivamente. Tutto cio` che si muove sul palco non riesce a celare questo grave vulnus. Il concerto trova un momento felice nel secondo brano, ma poi subito si rifugia nell`ovvio, aggravato dal fatto che sul palco, fatta eccezione dello stesso leader al sax, non si rivelano grosse personalita`. Quell`elemento  naif che nelle incisioni precedenti divertiva ed era capace anche di intrigare, purtroppo oggi e` assente. Spente le luci violente, rimane ben poco.

Si va verso la conclusione con il Christian Muthspiel Trio. A fianco al trombonista austriaco troviamo Franck Tortiller al  vibrafono e Jerome Harris, poliedrico musicista che si cimenta sia al basso elettrico, che alla chitarra e non si risparmia nemmeno come vocalist. Il set vuol essere garbato,, si fa fashion, probabilmente più’ adatto ad un dopo festival di San Remo che un dentro festival a Saalfelden. Un set che è quasi una sala d’aspetto   in attesa dei fuochi artificiali finali.

Ma chi si aspettava anche dei bei botti, ha in realtà’ sentito i cannoni di Navarone con l’avvento di James Blood Ulmer e i suoi blues brothers al seguito. La compagnia presenta, oltre al chitarrista che al centro della scena dirige l’ensemble, tre grandi come Oliver Lake (contralto), Dave Murray (tenore) e Hamlet Bluiett al baritono, assente giustificato Julius Hemphill. La micidiale macchina ritmica vede Aubrey Dayle e Calvin Weston alle due batterie,  Calvin Jones al basso e, come seconda chitarra, Ronny Dayton.

Fin dalle prime battute si capisce immediatamente che non siamo di fronte al classico concerto celebrativo di vecchie glorie, ma che partecipiamo con la mente e con il corpo ad un evento straordinario, un pulsare di vita e di blues possente, un’antica alchimia di suoni che è’ l’ essenza stessa della musica afroamericana.

Incredibile la forma di Dave Murray che ha continuamente impreziosito i ritmi martellanti con assoli degni dei tempi d’oro, in particolare fornendo un lungo intervento in trio con Ulmer e Weston che credo rimarra’ negli annali dell stesso festival austriaco. Tutti bravi, ma l’anima del set e’ proprio la figura stessa di Blood Ulmer con quei suoi occhiali neri, quella voce magnifica, quella chitarra magica, quel carisma di chi riesce a spiccare in una così’ importante compagnia. Il sound prodotto e’ profondo blues, quella musica e quel modo di pensare la vita che per essere grande non deve sempre inventare nuove soluzioni o nuove avanguardie, ma che, con grandi interpreti, semplicemente basta a se stessa per ricordarci ancora una volta da dove tutto è’ iniziato.