Il dato è ormai acclarato: nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (Rsa) italiane il coronavirus ha compiuto una vera e propria strage. Quelle che un tempo venivano chiamate case di riposo o ospizi sono state colpite lungo tutto lo Stivale e gli anziani che vi soggiornavano si sono ammalati e sono morti in quantità drammatica. Il monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità rivela che dei 3859 morti registrati nelle strutture dal primo febbraio, ben il 40% risultava positivo al Covid-19. Un dato che è necessariamente sottostimato, dal momento che fioccano le inchieste della magistratura per fare chiarezza su quanto accaduto.
L’agenzia di stampa Adnkronos ha effettuato una mappatura della strage nelle rsa, raccontando regione per regione la situazione.

Rsa: le ragioni di una strage

Ormai è noto che tutte le tabelle delle autorità sanitarie sottolineano come la mortalità del coronavirus sia proporzionale all’età e alle patologie pregresse. Nei grafici, la curva dei decessi si impenna sopra i 60-65 anni, raggiungendo il picco tra gli 80 e i 90 anni e, anche se è ormai chiaro che a perdere la vita sono state anche persone più giovani, gli anziani rimangono la categoria più a rischio.
Le strutture dove gli anziani sono concentrati, come appunto le rsa, erano e sono dunque i luoghi che più di ogni altro avrebbero dovuto essere messi in sicurezza e in maniera celere. È andata così?

Nel suo lavoro giornalistico Covid Italia News ha iniziato ad analizzare la situazione in diverse strutture per anziani nel Paese. Uno dei primi reportage ha analizzato la situazione di Parma, città che si trova in una delle regioni più colpite, l’Emilia Romagna.
Due delle principali questioni che emergono sono la reale classificazione dei decessi per coronavirus, che fa presagire come i numeri ufficiali siano sottostimati, e il ritardo, per ammissione delle stesse istituzioni, della dotazione di dpi (dispositivi di protezione individuale) per il personale che opera nelle strutture e di protocolli per affrontare la pandemia.

I due elementi sono anche al centro delle inchieste della magistratura che vengono aperte in queste ore. Quella più nota è relativa al Pio Albergo Trivulzio di Milano, dove da inizio pandemia sono morte 150 persone su 1200 ospitate, con un aumento del 25% dei decessi rispetto agli anni precedenti. Le indagini, però, si stanno velocemente allargando ad altre rsa della Lombardia e di altre zone d’Italia.
Un altro elemento al centro delle indagini è la verifica delle direttive politiche adottate dalle autorità. Al Trivulzio e a tutte le rsa della Lombardia, infatti, la Regione lo scorso 8 marzo ha chiesto con una delibera di ospitare su base volontaria malati Covid dismessi da altri centri, per alleggerire la pressione negli ospedali.

Anche la gestione del personale non è stata ottimale. “Nelle rsa il personale è un po’ meno preparato – osserva ai nostri microfoni la giornalista Cecilia Ferrara – In molte strutture lavorano molti stranieri, che hanno contratti precari e quindi sono più ricattabili, oltre ad esporre se stessi ai rischi per la salute”. Sono diversi, infatti, i casi di assistenti e operatori delle rsa che sono finiti in rianimazione.
Il personale, come sottolineato, non sempre ha avuto a disposizioni le giuste protezioni, è stato fatto lavorare anche con la febbre, senza tamponi e, data la scarsità di persone, ci sono operatori che lavoravano sia a contatto con pazienti Covid in isolamento che negli altri reparti.

La questione delle responsabilità

Anche se in molte zone non si sono avute le storture del Pio Albergo Trivulzio e della Regione Lombardia, i ritardi e l’impreparazione nel mettere in sicurezza luoghi sensibili come le rsa hanno delle precise responsabilità, in capo alle Asl e agli Uffici di Sanità pubblica.
“Nel bresciano c’era un protocollo da seguire in caso di pandemia – racconta Ferrara – che, anche se vecchio e non aggiornato, prevedeva un elenco delle rsa come punti sensibili da proteggere. Ma anche a Brescia è successo quello che è successo in tutta Italia, con infezioni e morti nelle strutture per anziani”.

In generale la questione viene ancora affrontata con poca trasparenza, anche nei confronti dei parenti degli anziani ospitati nelle strutture.
“Alcuni parenti sentivano i propri cari preoccupati, poi non li hanno sentiti più perché messi in isolamento e non hanno concesso loro di parlare più al telefono”, racconta Ferrara.
Covid Italia News sta chiedendo conto di questi aspetti alle autorità sanitarie o alle Regioni, ma non sempre riceve risposta.

ASCOLTA L’INTERVISTA A CECILIA FERRARA: