Le politiche migratorie del governo Meloni non si riducono “solo” agli ostacoli posti alle ong che effettuano ricerca e soccorso in mare, ma investono anche le frontiere di terraferma attraversate da flussi migratori, come la rotta balcanica.
Su questo versante il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in visita a Trieste, ha manifestato la volontà di riattivare un accordo del 1996 con la Slovenia, mai ratificato dal Parlamento, che prevede la pratica delle riammissioni informali di migranti che passano il confine.

Le riammissioni informali, la pratica illegale alla fine della rotta balcanica

«Non mi risulta che siano mai state dichiarate illegali – ha affermato Piantedosi riferendosi alle cosiddette riammissioni informali – Sono uno strumento non solo pienamente legittimo, ma che riteniamo doveroso riattivare e rafforzare»
Le riammissioni informali sono una prassi di respingimento di migranti che fa leva su un accordo siglato «in una situazione storica e giurica completamente diversa da quella attuale», sottolinea ai nostri microfoni Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà. In altre parole: «ci sono serissimi dubbi che si possa considerare giuridicamente esistente» l’accordo di quasi trent’anni fa.

Schiavone non è il solo a considerare le riammissioni informali come pratiche illegittime, che violano il principio di non respingimento contenuto nell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, così come violano l’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, imponendo agli Stati il divieto di respingere un richiedente asilo, oltretutto rimandandolo in un contesto pericoloso, dove rischia di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti.
Su questo versante le testimonianze su violenze, rapine e torture subite dai migranti che percorrono la rotta balcanica sono un dato acquisito.

Per queste ragioni, la dichiarazione del ministro Piantedosi ha da subito sollevato proteste da parte di giuristi e attivisti che negli ultimi anni hanno denunciato gli abusi sulla rotta balcanica e l’ormai nota tragicità dei respingimenti collettivi e a catena che hanno coinvolto centinaia di persone che, nel giro di poche ore – al massimo un giorno – si sono ritrovate nuovamente in Bosnia Erzegovina, al di fuori del territorio europeo.

«Nel 2020, quando le riammissioni sono state tentate su larga scala e in maniera informale tra Italia e Croazia – racconta Schiavone – le persone venivano rapidamente deportate e caricate come oggetti da un furgone all’altro dalla polizia italiana alla polizia slovena e infine, da quella croata, rigettate in Bosnia senza alcun provvedimento scritto». Il tutto in maniera cruenta, con l’utilizzo di ogni sorta di vessazione e tortura, depredazione dei mezzi, spogliazione, anche in pieno inverno.

L’assoluta discrezionalità e informalità della pratica fa dire al presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà che le riammissioni sono un modo per «aggirare tutta la legislazione sul diritto d’asilo» e si configurano come pratiche contrarie a ciò su cui si basa lo stesso stato di diritto delle democrazie, ovvero la possibilità di ricorso ed appello.

Anche se i riflettori si sono spenti da tempo, la rotta balcanica continua ad essere uno dei principali canali d’ingresso in Europa, con 120mila persone che vi sono transitate l’anno scorso. In prevalenza sono persone che fuggono dall’Afghanistan, dall’Iran, dalla Siria, cioè da contesti in cui l’instabilità politica, la violenza e la guerra sono presenti e spesso conseguenza di azioni dell’Occidente.
Il viaggio per arrivare in Europa può durare anni, contraddistinto da continue violenze e torture, e le statistiche rivelano una forte presenza di minorenni a dare corpo ai flussi migratori.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIANFRANCO SCHIAVONE:

Francesca Ferrara

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