Le parole “rivolta di Rosarno” riportano subito alla mente gli eventi del gennaio 2010, quando centinaia di migranti uscirono dalle fabbriche abbandonate adibite a “soluzioni abitative”, seppur con condizioni disumane, e scesero nelle strade della cittadina calabrese in reazione al ferimento con colpi di arma da fuoco di due lavoratori agricoli di origine africana, solo l’ultima delle violente aggressioni subite dai migranti. Lo slogan era “avoid shooting blacks”, evitate di sparare ai neri.
Da quel giorno, il 7 gennaio 2010, sono ormai passati dieci anni. Come si è evoluta la situazione? È avvenuto il tanto agognato “cambiamento”?
Rosarno, la rivolta e dopo. Cosa è successo nelle campagne del sud” (Edizioni dell’asino, 2019), di Mimmo Perrotta, indaga la situazione attuale, sulla base degli sviluppi e delle politiche degli ultimi dieci anni.

Rosarno: quella rivolta ha squarciato un velo

Ai nostri microfoni Perrotta, ricercatore di Sociologia all’Università di Bergamo, spiega che la rivolta di Rosarno ha segnato un importante punto di svolta, soprattutto per quanto riguarda l’aumento della consapevolezza da parte dell’opinione sulle condizioni di vita e di lavoro dei migranti, così a Rosarno come in centinaia di altri analoghi contesti agricoli italiani.
Il fenomeno dello sfruttamento del lavoro in ambito agricolo, infatti, non è limitato alla Piana di Gioia Tauro e a migranti di origine generalmente sub-sahariana, ma si estende ben oltre i confini della regione, dalle terre della Piana del Sele (Salerno), che vedono impegnati principalmente lavoratori di origine marocchina, rumena e ucraina, fino alle piane dell’Agro Pontino, nel Lazio, dove si registra una componente maggioritaria di migranti provenienti dall’India. Di fatto, sono numerosissime le situazioni di sfruttamento registrate, diffuse ovunque si pratichino sistemi di agricoltura intensiva.

La ribellione del 2010 dei braccianti di base in Calabria, quindi, ha portato alla luce parte di queste disumane situazioni che rappresentano una costante nella vita dei braccianti, soprattutto al sud Italia. Questo episodio si è dimostrato particolarmente incisivo, ha lacerato l’opinione pubblica, impedendole di voltarsi dall’altra parte, come troppo spesso è avvenuto, dando il via ad alcuni processi di cambiamento.
“Gli eventi di Rosarno – continua Perrotta – e il successivo sciopero dei braccianti africani a Nardò nel 2011, hanno stimolato l’impegno di individui e organizzazioni, collettivi, realtà contadine, sindacati, associazioni, ong, gruppi di acquisto solidale, gruppi religiosi, che hanno speso in questi anni energie, intelligenza, tempo e denaro per intervenire sulla questione delle condizioni dei lavoratori agricoli nel Mezzogiorno”.

La risposta pubblica è ancora insufficiente

Anche le istituzioni pubbliche, locali e nazionali, sono state costrette a intervenire sul tema”.
Le politiche alle quali lo studioso fa riferimento si concretizzano in particolare sotto forma di due leggi, nel 2011 e nel 2016, per arginare il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento del lavoro.
Certamente, quindi, la situazione non è rimasta immutata rispetto a dieci anni fa, ma la strada per un reale miglioramento risulta ancora lunga.
In particolare, Perrotta critica l’assenza di politiche attive e di servizi concreti per i braccianti e per le stesse imprese, soprattutto riguardo a tematiche come il collocamento, il trasporto verso i luoghi di lavoro, la questione abitativa. Nessun intervento pianificato dalle istituzioni ha realmente affrontato le tre cause più importanti che determinano le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti: la struttura dei sistemi agroalimentari; la vulnerabilità giuridica dei lavoratori migranti; la segregazione abitativa degli stessi.

L’autore si sofferma in particolare su quest’ultimo fattore, che riguarda soprattutto la condizione dei lavoratori stagionali, ossia quelli che si spostano in giro per l’Italia seguendo le raccolte dalle campagne del sud, fino al Piemonte. L’assenza di politiche strutturali che permettano loro di vivere in “normali” abitazioni all’interno dei centri abitati ha fatto sì che si continuassero a predisporre centri di accoglienza emergenziali (tendopoli, campi-container, alloggi di emergenza allestiti nelle fabbriche) fortemente ghettizzanti, oltre che uno spreco di denaro pubblico.
Secondo il bilancio tracciato da Perrotta, quindi, dal gennaio 2010 a questa parte molto è stato fatto, ma purtroppo non abbastanza: non si è infatti agito a sufficienza sulle cause strutturali delle drammatiche condizioni abitative e lavorative dei migranti che popolano le campagne italiane, provocando in alcuni casi addirittura un peggioramento delle stesse.

Tendopoli, baraccopoli, migranti sfruttati dal caporalato, incidenti sul lavoro, violenze da parte di cittadini italiani, talvolta da parte delle stesse forze dell’ordine, sono ancora costanti del panorama italiano. Ma come si può superare una simile situazione, che risulta talmente radicata?
“Da un lato – conclude Perrotta – si deve cercare di agire dal basso, attraverso l’organizzazione dei consumi. Dall’altro, però, è necessario rivendicare una legge differente sull’immigrazione e sull’asilo e il cambiamento delle politiche sull’agricoltura, che siano orientate ad aiutare la piccola agricoltura. Consumare criticamente è fondamentale, ma non basta: si deve ragionare su quali politiche rivendicare e lottare per ottenerle”.

Teresa Fallavollita

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