La rassegna si apre con due formazioni di qualità: i Namby Pamby Boy e lo “Starlite Motel”,  di Jamie Saft

Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare, stesso bagnino e stesso vicino d’ombrellone. Al pari di tanti italiani sulla riviera anche noi ci ritroviamo puntuali nella stessa località montana, stessa crew, stessi stage di city concert, shot cuts e main stage; ciò che invece non lascia mai le cose come l’anno prima è la musica proposta nel cartellone, quella cosa affascinante che ti costringe a pensare e ad uscire dalla routine.
Forse il programma di questa edizione del festival sulla carta risulta meno blasonato rispetto a quello dell’anno scorso, ma qui bisogna saper farsi sorprendere anche da ciò che non conosci.
Infatti è così per la serata di apertura, come sempre nel piccolo teatro Nexus, con due formazioni, una austriaca e l’altra americano/norvegese, che aprono la chermesse musicale.
I primi a salire sul palcon son i Namby Pamby Boy, al secolo  Fabian Rucker al contralto, Philipp Nykrin alle tastiere elettroniche e Andreas Lettner impegnato alla batteria. Sovrastati da belle immagini proiettate sulle loro teste, i tre giovani artisti offrono un set musicale ben equilibrato, intelligentemente pensato a forte impronta jazzistica, ma ben impastato di aree minimaliste e di ritmi rockeggianti. Forse, come la sezione percussiva, alcuni momenti dell’ensemble soffrono di una non adeguata taratura tecnica per supportare il disegno complessivo, ma questi limiti vengono riassorbiti da un sound complessivo che trova nel bel fraseggio di Fabian Rucker al sax la linea conduttrice del racconto musicale. A ben sostenere questa narrazione sono le tastiere di Philipp Nykrin,  che si carica sulle spalle sia le linee di basso, sia le liquide armonizzazioni da far fluire come tappeto sonoro al trio.
Certamente il clou della prima serata è rappresentato dall’arrivo di Jamie Saft e del suo “Starlite Motel“, progetto per quartetto dove, oltre al tastierista newyorkere, si presentano Rune Nergaard al basso elettrico, Kristoffer Alberts al tenore e contralto, più Gard Nilssen alla batteria.
Saft è sicuramente uno dei personaggi della grande mela più osservati degli ultimi tempi, impegnato su diversi terreni: dalle oniriche composizioni, di Wadada Leo Smith, alle sue più rilassanti ballads pianistiche, dalle collaborazioni con John Zorn a quelle con l’esplosivo Bobby Previte. Con la sua incredibile barba, che fa impallidire lo stesso Mullah Omar, si presenta come uno dei volti significativi della nuova wave creativa americana.
Lo “Starlite Motel” è un set unico senza soluzioni di continuità, orchestrato su momenti di dinamica generale apparentemente semplici, ma ragionati per una macchina atta a costruire tensioni ad alta vitalità, una full immersion nell’arte dell’improvvisazione radicale.
Per far ciò sono necessari ottimi musicsti, altrimenti il tutto si sgonfia in un inutile solipsismo autoreferente. Ma qui non mancano talenti come il saxofonista Kristoffer Alberts, presente in uno  sforzo continuo di assolo senza mai risparmiarsi, continuamente teso a ricucire fraseggi sulle ampie note dettate sulla tovaglia musicale dall’organo di Jamie Saft. Le voci di tastiere e sax si bilanciano e fan ben risaltare le caratteristiche ayler/coltraniane del giovane saxofonista. Il basso di Rune Nergaard svolge puntuale il lavoro pulsante di una ritmica da Inner City e questa linea di basso elettrico elabora i momenti più pregnanti del concerto, quei crescendi emotivi dove la forza vitale del gruppo si moltiplica esaltandosi. Cerchietto rosso allora per la batteria di Gard Nilssen, grande rivelazione della serata, un vero demonio nel sostenere e rilanciare il pathos dello “Starlite Motel”, abile a far dialogare tra loro piatti e tamburi . Il flusso musicale del gruppo è senza sosta e assorbe completamente tutte le forze creative  del pubblico, che segue passo passo l’esibizione.
Poi le luci si spengono, la spiaggia rimane deserta, tutti tornano a casa a riposare la notte, per poi tornare con l’olio solare, i programmi di sala e tanta voglia di continuare a farsi sorprendere.

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