Durante la prima fase della pandemia di Covid-19 le residenze per anziani sono state uno dei principali luoghi in cui si sono registrati decessi. Le strutture sono apparse impreparate a fronteggiare il rischio di contagio di persone fragili, quindi più esposte a conseguenze letali dell’infezione.
La poca trasparenza nella gestione dell’emergenza – come nel caso emblematico del Pio Albergo Trivulzio – ha portato anche ad inchieste giudiziarie e alla nascita di comitati che chiedono verità e giustizia per la morte dei propri cari.

Oggi, in uno scenario in cui i contagi tornano velocemente a salire con la cosiddetta “seconda ondata” che sembra essere cominciata, le residenze per anziani non sembrano aver imparato la lezione e non sembrano essersi attrezzate a sufficienza, al punto che si registrano i primi nuovi casi. Per questo motivo lo Spi-Cgil dell’Emilia Romagna chiede alle istituzioni di fare presto nel predisporre quelle misure concordate in un tavolo di confronto con le parti sociali e di procedere a mettere velocemente in sicurezza quei luoghi.

Residenze per anziani: i numeri della strage e i nuovi contagi

In tutto il territorio italiano sono state circa 7000 le persone ricoverate in residenze per anziani che si sono ammalate e sono morte a causa del Covid-19.
Un’ecatombe che vede il triste primato dell’Emilia Romagna, con 1480 decessi in questo tipo di strutture.
Oggi, all’alba della seconda ondata, tornano i casi di positività nelle strutture della nostra regione, con un focolaio riscontrato in una struttura per disabili a Bologna e 10 contagiati in una Casa Residenza Anziani a Rubiera.

“Siamo molto preoccupati. Che succederà se l’epidemia si ripresenterà con la virulenza della primavera nelle strutture residenziali? – lamenta il segretario dello Spi-Cgil dell’Emilia Romagna, Bruno Pizzica – Nei mesi scorsi sono venute in evidenza una serie di criticità in quelle strutture sulle quali occorre intervenire senza indugi”.
Il sindacalista riconosce il fondamentale ruolo di prevenzione delle Unità di continuità assistenziale (Usca) e quello delle équipe multiprofessionali in supporto alle strutture, ma sottolinea che ancora molte misure mancano all’appello.

In particolare, risultano insufficienti la formazione sanitaria per gli operatori, con organici non sempre congrui, la presenza di personale sanitario nelle strutture e la dotazione di strumenti idonei a garantire la relazione ospiti-familiari in costanza di chiusura degli accessi alle strutture. Si riscontrano inoltre difficoltà logistiche in caso di bisogno di isolamenti e di vigilanza e controllo da parte dei Distretti socio-sanitari e degli Enti Locali.
Esistono poi strutture con situazioni promiscue che accrescono la possibilità di contagio e, più in generale, non sempre è garantita la tutela della dignità della vita degli ospiti anche in situazioni anomale.

Lo stop alle visite dei famigliari, una misura che serve a ridurre le occasioni di contagio, per Pizzica è utile, ma genera solitudine in persone che spesso non capiscono nemmeno perché la propria famiglia non va più a trovarle.
“Per questo occorre attrezzarsi per la possibilità di contatti da remoto”, sottolinea il segretario dello Spi-Cgil dell’Emilia Romagna.
In altre parole, l’invito alle istituzioni è quello di fare presto affinché non si ripeta quanto è accaduto nella primavera scorsa.

ASCOLTA L’INTERVISTA A BRUNO PIZZICA: