Con l’avvicinarsi delle elezioni regionali in Emilia Romagna si moltiplicano le richieste della società civile e dell’associazionismo ai candidati e alle candidate che si contendono il governo di viale Aldo Moro. Tra queste, un impegno preciso e dettagliato è stato richiesto da “Pensaci prima“, una campagna di un gruppo di attiviste e professioniste della comunicazione con il sostegno del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna. Sabato scorso la campagna è stata presentata, insieme a tre richieste specifiche che aiuterebbero nel concreto a contrastare la violenza di genere.

Regionali: la campagna “Pensaci prima”

“Quando una donna viene uccisa dal proprio partner o ex partner, la stampa intervista spesso vicini e familiari che si rammaricano di aver capito troppo tardi la gravità della situazione e si chiedono se sarebbe stato possibile fare qualcosa per evitare la tragedia – si legge nel comunicato di presentazione della campagna – Sì, la violenza sulle donne si può prevenire, ma bisogna mettere in campo misure di contrasto concrete e iniziative di sostegno alle donne che subiscono violenza in tempi rapidi e senza indugi”.

Il nome stesso della campagna, dunque, suggerisce che sul tema della violenza di genere occorre giocare d’anticipo, con la prevenzione, ma anche col sostegno fattuale delle istituzioni.
“Pensaci prima” è stata ideata da un gruppo di attiviste e professioniste della comunicazione, già autori della campagna di informazione “Indietro March”, lanciata in occasione della manifestazione di protesta contro il Congresso Mondiale delle Famiglie tenutosi a Verona lo scorso 30 marzo. L’obiettivo della campagna è chiedere, appunto, a chi si candida a governare l’Emilia-Romagna, di “pensarci prima”, adottando nella propria agenda politica delle azioni programmatiche concrete sulla violenza contro le donne.

“Pensaci prima”: le tre richieste

La campagna avanza tre richieste concrete. Chiede infatti di raddoppiare e rendere strutturali le risorse ai centri antiviolenza. Pur essendo servizi fondamentali, nel 2017 i fondi pubblici per i centri antiviolenza sono stati di soli 76 centesimi al giorno per ciascuna donna e molti centri antiviolenza sono al collasso. Per questo la campagna chiede 1,4 euro al giorno, per accogliere più donne e migliorare i servizi offerti.

La seconda richiesta è quella più originale ed è una sorta di reddito di cittadinanza per le donne che intraprendono percorsi di fuoriuscita dalla violenza. L’autonomia economica, infatti, è uno dei problemi più grandi che incontrano le donne. Si chiede quindi un reddito mensile di 780 euro per le donne che hanno subito violenza e maltrattamenti, per sostenerle nel percorso di separazione e di ricerca o reinserimento nel mondo del lavoro.

Il terzo punto riguarda un fondo regionale per coprire le spese di assistenza legale. Il fondo andrebbe a coprire le spese di assistenza legale, sia in ambito penale che civile, nei casi in cui non siano coperte dal patrocinio a spese dello Stato. In ambito civile, infatti, le donne che hanno un introito annuo lordo superiore agli 11.493,82 euro non sono ammesse a tale beneficio. Lo stesso limite di reddito vale anche in sede penale, tranne che per le vittime di determinati reati di genere. Tuttavia, anche in tali ultimi casi, non vi è alcuna copertura dei costi di consulenza ed assistenza legale, prestate nella fase di indagini preliminari, se, per qualunque ragione, ad essa non segua la costituzione di parte civile.

Le risposte dei candidati e delle candidate

“Sul sito della campagna è possibile vedere i video che già quattro candidati alla presidenza hanno realizzato – commenta ai nostri microfoni Angela Romanin del Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna – Bonaccini ha potuto snocciolare alcuni dati dell’impegno di questi cinque anni della Regione, che è stato significativo, mentre Borgonzoni ha evocato una relazione impropria tra violenza e immigrazione, che non è certificata dagli studi, dove invece emerge che sia le vittime che gli autori sono italiani e stranieri per quote simili”.

ASCOLTA L’INTERVISTA AD ANGELA ROMANIN: