La Commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni ha chiesto di sentire “urgentemente” il presidente del Consiglio Giuseppe Conte “alla luce degli ultimi rilevanti sviluppi in ordine alle relazioni bilaterali italo-egiziane”. Gli sviluppi di cui parla la commissione consistono nel via libera dell’Italia alla vendita di due fregate Fremm all’Egitto. Si tratta di due navi della Marina militare italiana, le ultime due delle dieci ordinate, per un valore stimato di circa 1,2 miliardi di euro.

Regeni e Zaki: le questioni aperte

La notizia ha fatto molto scalpore poiché l’Italia ha due questioni in sospeso proprio con l’Egitto. Da un lato da quattro anni e mezzo sta aspettando di avere verità e giustizia per l’uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni, torturato e ucciso al Cairo nel gennaio 2016. Dall’altro lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki è detenuto in Egitto con accuse pretestuose per il suo impegno a favore della causa lgbtq.
In entrambi i casi la società civile, appoggiata da Amnesty International, ha chiesto al governo italiano di esercitare pressioni sul regime di Al Sisi, arrivando anche ad interrompere le relazioni diplomatiche con il Paese.
Gli affari per gli armamenti, invece, vanno nella direzione opposta e tolgono il velo dell’ambiguità italiana degli ultimi anni. Il nostro Paese, infatti, sembra disposto a sacrificare il rispetto dei diritti umani e la vita di suoi giovani ricercatori e studenti sull’altare del business delle armi.

Molto deboli sembrano essere le giustificazioni che l’esecutivo cerca di addurre per rispondere alle accuse. In una telefonata di alcuni giorni fa con Al Sisi, il premier Conte afferma di aver parlato con dittatore egiziano anche della collaborazione giudiziaria sul caso di Giulio Regeni.
Il capo politico del M5S, Vito Crimi, è inoltre arrivato a sostenere che “non vendere le fregate non avrebbe comunque portato alla verità su Giulio Regeni“.
“La realtà è l’esatto contrario di quanto dice Crimi – spiega ai nostri microfoni Giorgio Beretta della Rete Italiana Disarmo – Quando si autorizza l’esportazione di armi verso un Paese, ai sensi della legge 185/90 e delle convenzioni internazionali, di fatto si riconosce il partner come capace di rispettare i diritti umani e non fomentare i conflitti internazionali. L’Egitto invece da anni appoggia il generale Haftar in Libia e imprigiona e tortura i dissidenti politici, i sindacalisti e gli attivisti. Vendendo armi all’Egitto l’Italia riconosce un dittatore“.

Il presidente della commissione parlamentare di inchiesta, Erasmo Palazzotto, ha affermato invece che “la scelta del governo tradisce le promesse fatte alla famiglia Regeni”.
Non fa differenza per la vicenda Zaki. La campagna per la liberazione del giovane ha l’appoggio anche dell’Università e del Comune di Bologna e da tempo chiede che l’Italia interrompa le relazioni e gli affari con l’Egitto, anche richiamando l’ambasciatore.

Il business italiano: l’affare del secolo

L’Italia ha continuato a vendere armi all’Egitto anche nel pieno della crisi per l’omicidio di Giulio Regeni. Nel 2019 il regime di Al Sisi è stato il principale cliente dell’industria bellica italiana, con un’autorizzazione all’esportazione per 871 milioni di euro, principalmente per elicotteri.
La Rete Disarmo sottolinea che l’attuale vendita delle due fregate per un valore di 1,2 miliardi è solo una piccola parte del contratto stipulato tra Italia ed Egitto. “Nel contratto – sottolinea Beretta – ci sono altre 4 fregate, 10 pattugliatori, 24 caccia eurofighter e altrettanti aerei M346, per un valore complessivo che va dai 9 agli 11 miliardi“.

Una commessa così grossa è già stata definita “l’affare del secolo” e renderebbe l’Egitto il più grande partner bellico e industriale dell’Italia dal dopoguerra ad oggi. “Ciò modifica completamente la politica estera del nostro Paese – spiega l’esponente della Rete Disarmo – dunque non è possibile che questo argomento non venga discusso in Parlamento”.
Proprio per questo, la Rete Disarmo, la Rete della Pace ed altre realtà italiane oggi lancia una campagna con cui invitano i cittadini a chiedere al Parlamento di discutere questi temi e a dire no all’export di armi verso l’Egitto.
“Il contratto è ancora in discussione e spetta a noi, alla nostra mobilitazione fermarlo”, conclude l’attivista.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GIORGIO BERETTA: