Inizia ad entrare nel vivo la discussione sul “Recovery Plan“, il piano da mettere in atto per aggiudicarsi i fondi europei stanziati per fronteggiare la crisi scaturita dalla pandemia di Covid-19.
Il che fare dei 209 miliardi europei (ma sarebbero “appena” 82 quelli che potrebbero essere spesi senza aumentare il debito) stimola gli appetiti di molti, non ultima quello di Confindustria che ieri, attraverso il suo presidente Carlo Bonomi, ha detto chiaro e tondo che vuole aggiudicarsi una fetta consistente della torta.

In sintesi, Bonomi continua a chiedere mani libere per le aziende, non ultima quella sull’Irpef, che secondo il presidente di Confindustria dovrebbe essere pagata dai dipendenti, senza costringere le aziende a fare da sostituto d’imposta. E ancora: il capo degli industriali si è scagliato anche contro i sussidi, paventando che l’Italia diventi Sussidistan.
Nel frattempo la maggioranza ha trovato un’intesa per l’aggiornamento del Def e ipotizza una manovra economica da 40 miliardi di euro, tra margini di deficit e anticipo dei fondi del Recovery Plan, capace di provocare un rimbalzo del pil del 6%.

Recovery Plan: le idee per un’economia diversa

“La richiesta di Confindustria è sempre quella, ‘dateci i soldi’, ma mai che negli ultimi decenni ci abbiano detto cosa ci vogliono fare, quali sono i piani industriali, quali sono i nuovi prodotti, quali sono le strategie di penetrazione in nuovi mercati”, osserva ai nostri microfoni l’economista Marta Fana.
Quanto all’attacco ai sussidi, secondo l’economista in Italia non sono fatti bene e vanno modificati, ma rendendoli universali. Non si può quindi attaccare quando il beneficio finisce ai lavoratori e pretendere i benefici per le imprese.

Quanto a come investire le risorse europee, Fana indica alcune direttrici. Da un lato l’investimento nella produzione industriale da parte del pubblico.
“E poi grandi investimenti su tutto ciò che non deve più stare sul mercato – aggiunge l’economista – cioè la sanità, l’istruzione, il diritto all’abitare con un piano di edilizia pubblica, il diritto alla mobilità verso una transizione ecologica“.

Vi è poi il nodo cruciale che è quello del lavoro. “Non si può riformare in modo innovativo la pubblica istruzione senza un piano di assunzioni nel pubblico dove si assumano giovani che hanno competenze informatiche e che siano istruiti”, sostiene Fana.
Sul fronte del lavoro privato, per l’economista le aziende devono cominciare a pagare salari più alti e ciò non può avvenire solo attraverso i contratti collettivi, ma anche attraverso l’introduzione del salario minimo orario.

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I temi e le misure indicate da Fana sono le stesse che indica, sempre ai nostri microfoni, Giulio Marcon, portavoce della campagna Sbilanciamoci!, che in questi giorni ha raccolto idee e messo a confronto esperti, associazioni e personalità diverse per riflettere proprio su come rilanciare l’economia italiana attraverso i fondi europei e non solo.
Serve una politica industriale – osserva Marcon – e questa non la fanno le imprese, magari dando loro qualche sgravio fiscale”.

Accanto alle risorse europee, però, Sbilanciamoci! individua anche dei settori dove le risorse possono essere risparmiate, evitando spese inutili e dannose. Si propone il taglio alle spesi militari, ma anche alle grandi opere inutili e, non ultimo, un taglio ai sussidi per le energie fossili, che ammontano a circa 20 miliardi di euro, che vanno nella direzione opposta a quello in cui dovrebbe andare il nostro Paese.

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