Il selfie della ministra Azzolina con Diego Fusaro mentre io sto passando le mie giornate a studiare Machiavelli e Guicciardini per il concorso di merda da lei indetto è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Basta, ho deciso che devo raccontare di quella volta che sono stata in vacanza al mare in Calabria con il sedicente filosofo. Ora voi forse vi starete chiedendo “ma come cazzo ci sei finita in vacanza al mare in Calabria con Diego Fusaro?!”
E io ve lo devo dire così: stava con mia cugina.

Fusaro e Azzolina
Il selfie della ministra Azzolina con Fusaro che ha fatto discutere.

Diego Fusaro: le mie vacanze calabresi

Non sto scherzando. Lo so che sembra una di quelle cose che si dicono al bar per spararla grossa (cosa che infatti ho fatto mille volte) ma è così. Lui e mia cugina si erano conosciuti all’Università di Torino, dove entrambi studiavano e dove lui già veniva portato in palmo di mano dai professori sostanzialmente perché era uno di quei figli di papà secchioni di buona famiglia, uomini, bianchi e pieni di sé alla quale la vita stende un tappeto rosso di possibilità fatto di carriere accademiche e stima incondizionata di case editrici rispettabili. (“Il bullismo colpisce sempre le persone sbagliate” ha scritto una mia amica a proposito della foto di un giovane Renzi con faccia brufolosa e divisa da ciellino davanti a un manifesto della Democrazia Cristiana con tanto di scudi crociati).
Sia ben chiaro che quando la vacanza in questione avvenne, era il 2007, lui non era ancora il “Diego Fusaro” del “turbocapitalismo apolide” ma semplicemente “quello di filosofico.net”, ed era così che io e molto altri lo conoscevamo.

Ora, si dà il caso che mia nonna negli anni ’80 avesse comprato una casa al mare da degli speculatori edilizi bresciani, che costruirono un villaggio turistico in cemento armato letteralmente sulla spiaggia della Calabria in mezzo al nulla, e che quella fosse l’unica residenza estiva che sia io che i miei cugini, nati e cresciuti ad Asti, abbiamo mai potuto permetterci di frequentare. Così quell’anno, come tutti gli anni da quando ne avevamo memoria, ci stipammo nelle due camerette fornite di letti a castello, divani letto e materassini gonfiabili degli anni ’70, e ci apprestammo a passare in 7-8, le nostre vacanze sottoproletarie in quei 25 metri quadri per tutto l’anno tanto agognati. Siccome spesso si aggiungevano anche amici e cugini di secondo grado, non ci trovammo nulla di male quando mia cugina chiese se poteva portare anche il suo fidanzato. (La privacy è un’invenzione dei borghesi e delle popolazioni che stanno dalla linea gotica in su, o almeno, è sicuro che all’ epoca nella nostra famiglia non fosse ancora stata scoperta.)

Peccato che questo suo fidanzato fosse appunto Diego Fusaro, il ché rese tutto un po’ più complicato. Se infatti il filosofo in erba trovava alquanto sconvenienti le nostre abitudini di famiglia allargata, preferendo una vita appartata a cui costringeva ovviamente anche mia cugina, noi trovavamo alquanto ridicole certe sue abitudini da damerino dell’800 come quella di non uscire la sera per potersi recare la mattina presto in spiaggia evitando le ore più calde, o quella di spalmarsi un’abbondante quantità di crema solare sul naso per preservare quello che già allora lui stesso riteneva essere un bellissimo volto. Abitudine che ha evidentemente mantenuto nel tempo, come si evince da questa carrellata di foto riportata nell’articolo “Un’analisi filosofica delle foto di Diego Fusaro su Facebook” di Niccolò Carradori su VICE Italia che vi consiglio caldamente (lo trovate qui). Appena le ho viste, mi è tornata subito in mente la scena della crema sul naso.

Oltre a traumatizzare mia sorella più piccola dicendole che non doveva chiamare i nostri genitori con gli appellativi di “mamma” e “papà” perché questo coincideva con una spersonalizzazione mercificata degli stessi, mentre lui, ci teneva a sottolineare, aveva sempre chiamato i suoi con i nomi di battesimo, egli non vedeva per nulla di buon occhio le mie frequentazioni, perlopiù composte da ragazzi si Scampia e Secondigliano che avevano della ottima super skunk e con cui ero solita intrattenermi per ore, fino a tardi sulla spiaggia.
All’epoca ero iscritta al primo anno della facoltà di Lettere e anch’io ero una grande appassionata di scienze umanistiche e di idee marxiste, ma evidentemente non degna di condividere il desco e la compagnia di spirito sì sensibile e colto al quale si conviene trattare tutti dall’alto (in basso) della sua conoscenza.

Quando tornai a Bologna a settembre raccontai ai miei amici, molti dei quali frequentavano filosofia e quindi lo conoscevano, che ero stata in vacanza con “quello di filosofico.net” e che, in poche parole, mi era sembrato uno sfigato.
“Tu non sapresti riconoscere un genio nemmeno se ce lo avessi davanti” mi disse una di loro “Bullizzeresti pure Schopenhauer se ti trovassi con lui sulla spiaggia.”
Negli anni ho quindi assistito inerme e incredula alla sua ascesa, prima nel mondo della cultura e accademico (vedi casa editrice Einaudi e vari professoroni vari che l’hanno presentato come nuovo messia della filosofia italiana), e poi nel mondo dei talk show e dell’informazione, fino a sviluppare una vera e propria ossessione nei suoi confronti, alimentata dall’interesse morboso di capire come fosse possibile che gli venisse dato credito e fino ad arrivare a prenderla sul personale quando se la prende con i “pecoroni cosmopoliti” o quando si fa le foto mentre taglia un pollo e scrive “Tremate turbovegani no border! I sapori tellurici della tradizione sono anch’essi un avamposto resistenziale contro il mondialismo acefalo!”
Sarò pure stata un’insensibile, ma penso che se l’avessi menato per davvero coi miei amici di Secondigliano, col passare degli anni, anziché pentirmene, mi sarei sicuramente sentita di aver fatto un grosso favore all’umanità. Che ci vuoi fare, noi pecoroni cosmopoliti siamo fatti così.

Alice Diacono