Due recentissimi casi di cronaca riaprono la discussione sulla cura della salute psicofisica e sulla democraticità all’interno delle caserme italiane. Da un lato la denuncia di due dei carabinieri imputati nella morte di Stefano Cucchi, che sostengono di essere vittime degli ordini impartiti dall’alto per taroccare i documenti, creando quindi un vero e proprio depistaggio nelle indagini. Dall’altro la soldatessa che si è suicidata ieri con la pistola di ordinanza nel bagno della metro Flaminio a Roma. Quello della soldatessa è il quarto suicidio di un militare negli ultimi due anni.
Due casi molto diversi, ma accomunati da una domanda che sorge: che clima si respira nelle caserme italiane?

I temi della formazione delle forze dell’ordine, dell’indottrinamento alla violenza, ma anche del cameratismo, del nonnismo e degli abusi gerarchici all’interno delle caserme hanno attraversato la storia. Se ne è parlato molto ad inizio secolo, in seguito alla “macelleria messicana” durante il G8 di Genova del 2001, ma sono argomenti che ciclicamente fanno capolino nella discussione, cercando di squarciare il muro omertoso e dogmatico della destra politica e sindacale, che mistifica la discussione rappresentando i militari come eroi a cui, semmai, vanno dati maggiori strumenti di difesa e di offesa.

Proletari in divisa: la storica battaglia di Lotta Continua

Nel corso dei decenni che seguono il secondo dopoguerra sono cambiate molte cose. La leva obbligatoria è stata abolita, anche se qualcuno (sempre a destra) vorrebbe reintrodurla, e l’esercito o le forze dell’ordine militari sono professionalizzate. La situazione di trent’anni fa, quindi, è difficilmente paragonabile a quella attuale. Eppure una riflessione su alcuni temi sarebbe ancora necessaria, partendo proprio dalla storia.
In questo campo, un’esperienza significativa e poco raccontata fu quella dei Proletari in Divisa (Pid), un’iniziativa di Lotta Continua che si proponeva di intervenire e cambiare i meccanismi presenti nell’esercito, in particolare durante il servizio di leva.

“In seguito all’Autunno Caldo, al biennio ’68-’69, la contestazione arrivò anche nelle caserme – racconta ai nostri microfoni Sergio Sinigaglia, che faceva parte dei Pid – Del resto, i protagonisti delle mobilitazioni, operai e studenti, finivano a fare il servizio di leva, che ai tempi era ancora obbligatoria”.
Anche in seguito alla strage di Piazza Fontana, Lotta Continua decise, attraverso i Pid appunto, di attuare una vigilanza democratica all’interno delle caserme, in modo da scongiurare derive golpiste e fascistoidi. L’iniziativa dei Pid fu attiva fino al 1975 e fu protagonista di clamorose proteste, scioperi e manifestazioni.

“Oltre a fare da sentinelle all’interno delle caserme – continua Sinigaglia – ci si occupava anche delle condizioni materiali dei soldati e uno degli slogan di allora era ‘di naja si muore‘, perché si moriva durante le esercitazioni, per scarse precauzioni da parte delle gerarchie militari, si mariva di malattia, perché la salute dei soldati era molto poco curata, e poi c’erano i suicidi, perché ad esempio strappare un ragazzo dalla Sicilia e mandarlo in Friuli o Val D’Aosta provocava uno shock emotivo”.

La stessa cultura e formazione in un contesto diverso

Rispetto agli anni ’60 e ’70 i militari sono stati professionalizzati. “All’epoca si era contrari ad un esercito professionale, perché vedavamo quello che succedeva nella Grecia dei Colonnelli o nel Cile di Pinochet, quindi si temeva che una professionalizzazione dell’esercito avrebbe comportato un ulteriore salto di qualità nel modello repressivo”, osserva l’ex esponente dei Pid.

Il problema che rimane, però, è che le strutture militari continuano a non essere democratiche. “Basti pensare che il motto dei Carabinieri è ‘Usi obbedir tacendo e tacendo morir’ – sottolinea Sinigaglia – È emblematico della filosofia che investe i corpi militari e di polizia. Detta in maniera schematica: gli eserciti e le forze di polizia in tutto il mondo hanno un deficit di democrazia perché sono la lunga mano del potere e del sistema, quindi sono lo strumento repressivo, come stiamo vedendo in questi mesi nelle varie rivolte che ci sono in giro per il mondo”.

ASCOLTA L’INTERVISTA A SERGIO SINIGAGLIA: