Continua il limbo giuridico per i 130 rifugiati nigeriani ospitati ai Prati di Caprara. Il 27 e il 30 novembre incontreranno Comune e Regione, a cui i migranti chiederanno di prendere in mano la situazione.

Per i 200 profughi nigeriani provenienti dalla Libia, di cui 130 ammassati nell’ex-magazzino dei Prati di Caprara, continua il limbo dell’incertezza. Dopo le manifestazioni delle scorse settimane sono stati fissati per il 27 e il 30 novembre due incontri con il Comune e l’assessore alle politiche regionali Teresa Marzocchi. “Due date che per Neva Cocchi –  dello sportello informazione migranti Tpo di Bologna – arrivano troppo tardi, rischiando di rispondere di nuovo con approssimazione ed inefficienze.” Per molti migranti lo stabile somiglia ad un enclave in cui si resuscita il principio di discriminazione: “eravamo conviti che il razzismo appartenesse al passato ma forse non è così.” Nel campo le condizioni di vita sono disastrose, per il secondo inverno consecutivo manca il riscaldamento e l’acqua calda nelle docce. Eppure i finanziamenti per far fronte all’emergenza Nord-Africa sono stati stanziati, 40 euro a persona, intascati a Bologna dalla Croce Rossa, su mandato della Protezione Civile. “È evidente – sottolinea Neva – che esiste una grande responsabilità in capo a questi enti.”

In 18 mesi si è sprecato tempo insistendo con un assistenzialismo inutile ai fini dell’inclusione. Questi ragazzi non sono stati nemmeno iscritti al centro per l’impiego, tanto meno sono stati attivati corsi di formazione e borse lavoro. A gestire i corsi di italiano solo i volontari. A mettere piede dentro al campo pare di fare un salto indietro nel tempo, non è cambiato quasi nulla e la maggioranza dei migranti mastica  poco più dell’italiano delle prime settimane.

Il 31 dicembre con il termine dell’emergenza per Nord-Africa si aprono le incognite sul loro status giuridico. Le commissioni territoriali hanno risposto  con un diniego alla maggioranza delle domande d’asilo finora presentate (a 50 ragazzi presenti al campo è stata rigettata la richiesta, per gli altri, eccetto pochissimi casi, si attende ancora risposta). Con l’ultima circolare ministeriale si è riaperto la partita, consentendo di presentare nuovamente domanda d’asilo. Due i punti chiavi che le commissioni dovranno tener conto: il perdurare di una grave situazione umanitaria in Libia, la presenza di legami in Nigeria al fine del rimpatrio. Per molti di questi uomini, dopo anni in Libia, in cui lavoravano e si erano costruiti una famiglia, la cittadinanza nigeriana è poco più che formale, corrispondendo sempre meno al luogo delle relazioni economiche, lavorative, familiari. Pochissimi quelli che finora hanno accettato il rimpatrio volontario assistito in Nigeria, con una tantum di 1100 euro per infrangere definitivamente il sogno di una vita migliore.

Sebbene l’introduzione di nuovi criteri nelle disposizioni ministeriali lasci presagire un esito positivo per  le domande non è stato ancora messo un punto fermo. E con la farraginosità delle procedure, portate avanti da commissioni già intasate, i tempi d’attesa non si prospettano brevi. Alcuni ragazzi che hanno ricevuto un diniego hanno lasciato le strutture d’accoglienza, e quindi, complice la scarsa informazione, potrebbero non usufruire di questa seconda chance pur avendone diritto.

Va poi detto che non la gestione è stata ovunque disastrosa, constatazione che acuisce la rabbia per i ti taerrori, in buona o cattiva fede, commessi nel capoluogo. “ Nei comuni della cintura sud,  dalla Val Reno alla Val Samoggia – ricorda Filippo Nuzzi, operatore nei centri d’accoglienza – le cose sono andate decisamente meglio. Con i fondi dell’Unione Europea e del governo per i richiedenti asilo sono stati predisposti corsi di formazione e borse lavoro. In alcuni casi hanno già dato esito positivo, con l’assunzione di alcuni migranti in aziende agricole o edili. A Bologna è mancato il coinvolgimento, sia dei profughi sia di competenze ad hoc, finendo per predisporre soluzioni dall’alto completamente inadeguate.”

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