Il premier Giuseppe Conte ci ha tenuti svegli sabato notte per annunciare che la produzione si sarebbe fermata come estrema e radicale misura di contenimento dei contagi da coronavirus, ma sono state le successive 24 ore ad essere rivelatrici. Durante questo lasso di tempo, infatti, abbiamo assistito ad un ennesimo decreto che tardava ad arrivare, alla lettera cinica e ingorda con cui Confindustria pretendeva di allargare le eccezioni al fermo produttivo, fino a disinnescarlo del tutto, e la protesta dei sindacati confederali, che il pomeriggio precedente avevano stilato un lista di attività essenziali che invece è arrivata molto più lunga.

Produzione ferma eccetto quasi tutto

La scelta tra crisi sanitaria e crisi economica non è certamente facile, ma di fronte alle centinaia di persone che muoiono ogni giorno – la triste conta è arrivata a 5476 vittime dall’inizio dell’epidemia – lo stop alla produzione è rimasta l’ultima carta con cui il governo può tentare di arginare i contagi.
Lo ha dimostrato il caso di Bergamo, dove la strage ha assunto numeri abnormi proprio perché la provincia non è stata dichiarata zona rossa e le persone hanno continuato a infettarsi andando al lavoro.
Un’evidenza che non è bastata, o forse non è interessata, a Confindustria, che ieri ha scritto al premier Conte per chiedere di posticipare il decreto.

I punti delle richieste principali di Confindustria sono essenzialmente quattro. Si chiede di poter proseguire le “attività non espressamente incluse nella lista e che siano però funzionali alla continuità di quelle ritenute essenziali”. Al tempo stesso si chiede una deroga per “quelle attività che non possono essere interrotte per ragioni tecniche: ad esempio quelle riguardanti gli impianti a ciclo continuo e a rischio incidente”. La richiesta più risibile è forse quella che consente di autocertificare l’esigenza di prosecuzione da parte di quelle attività che non possono essere interrotte, accompagnata dalla richiesta di “concludere le lavorazioni in corso, ricevere materiali e ordinativi già in viaggio, consegnare quanto già prodotto e destinato ai clienti”.

Ai sindacati resta solo lo sciopero generale

Nel pomeriggio di ieri Cgil, Cisl e Uil hanno manifestato disappunto per la lista – a quel tempo ancora ufficiosa – di attività considerate essenziali o strategiche che non sarebbero state toccate dal fermo produttivo. Un lungo elenco di eccezioni, circa 80, che include “settori come l’edilizia, il tessile, la meccanica e il commercio all’ingrosso che nulla hanno a che vedere con la produzione di prodotti elettromedicali e anticoronavirus”, sottolineano i sindacati confederali.
Ma a svelare che il governo ha ceduto alle pressioni degli industriali è il fatto che i sindacati affermano che la lista contenuta nel decreto non è quella che avevano concordato con l’esecutivo stesso. E Palazzo Chigi stesso, in serata, ha ammesso che il ritardo nella pubblicazione del decreto è stato dettato dalle richieste delle aziende.

Tornando all’ambito sindacale, i confederali avevano già scatenato le ire dei sindacati di base quando, il 14 marzo, avevano siglato l’accordo col governo che ha portato a stilare un protocollo con le misure di protezione necessarie per proteggere e far operare in sicurezza lavoratrici e lavoratori. Misure sistematicamente disattese sui luoghi di lavoro per due ragioni principali: l’irreperibilità sul mercato di dispositivi di protezione individuale (dpi) come le mascherine e per la quasi totale assenza di controlli degli organi di vigilanza, impegnati a fronteggiare l’emergenza su altri fronti.

Una volta che la moral suasion del protocollo è apparsa in tutta la sua drammatica inefficacia, come testimonia l’aumento esponenziale dei contagi, e che lavoratrici e lavoratori hanno cominciato a scioperare e astenersi dal lavoro, con o senza l’appoggio dei sindacati, lo stop alla produzione è rimasto l’unico estremo strumento per tentare di uscire dall’incubo.
Lo sgambetto di Confindustria e i tentennamenti del governo, però, fanno sì che ai sindacati ora rimanga solo l’arma dello sciopero generale, come loro stessi hanno minacciato nella giornata di ieri.

Una lotta di classe dall’alto verso il basso

“Per qualche spicciolo in più gli industriali stanno davvero vendendo la vita dei lavoratori e delle loro famiglie – afferma ai nostri microfoni l’economista Marta Fana – Non la chiamerei nemmeno lotta di classe, perché è una definizione elegante rispetto all’orrore di cui si stanno macchiando”.
Fana osserva che più ritardiamo la possibilità di combattere il contagio, più acceleriamo e prolunghiamo la crisi economica e internazionale che abbiamo davanti. Quindi un lockdown immediato sarebbe più vantaggioso anche ai fini di una possibile ripresa dalla crisi.

Tra le attività che rimarranno aperte e che, dopo le pressioni di Confindustria, sono state incluse nella lista di quelle essenziali, si trovano i call center commerciali, la produzione di armi, l’estrazione di carbone, gas e servizi annessi, l’ingegneria civile, gli alberghi, le attività legali e contabili, di direzione aziendale e gestionale, la direzione aziendale e attività di architettura e simili.
“Per dirla con una battuta – conclude Fana – tra le esenzioni alla chiusura ci sono anche le associazioni datoriali. Sarebbe stato meglio intervenire”.

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