È stata nuovamente rimandata la discussione alla Camera sulla riforma della prescrizione voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. La riforma prevedrebbe la fine della prescrizione sia dopo una sentenza di assoluzione che di condanna per i reati commessi a partire dall’1 gennaio 2020, data in cui la legge è entrata in vigore.

Prescrizione: gli effetti della riforma

Per capire l’impatto della riforma, abbiamo consultato Valerio Guizzardi, membro dell’Associazione Papillon-Rebibbia Onlus, associazione in difesa dei diritti dei detenuti.
“La riforma è una regressione giuridica e umana”, commenta deciso Guizzardi. Tutto nasce, secondo l’esponente di Papillon, da un’ossessione del M5S per la punizione, al punto da utilizzare la retorica della lotta alla corruzione, problema che certamente attanaglia l’Italia, per una riforma che va addirittura contro le garanzie sancite in Costituzione.

“La riforma abolisce un istituto giuridico, costituzionale, da sempre impiegato per salvaguardare il cittadino da una sproporzionata lunghezza dei processi” rimarca Guizzardi.
In molti casi, inoltre, la prescrizione alleggerisce i magistrati da migliaia di fascicoli riguardanti reati minori, che intasano il codice penale e le aule di tribunale. Ma quel che più conta è che il blocco della prescrizione provocherebbe il perpetuarsi di processi infiniti, un’arma a doppio taglio che andrebbe a penalizzare sia i presunti colpevoli, che rimarrebbero imputati a vita, con conseguenti difficoltà ad esempio a trovare lavoro o a partecipare a concorsi pubblici, sia le vittime, che non trovererebbero mai giustizia.

Prescrizione, il dibattito surreale e le soluzioni reali

Secondo Guizzardi questa situazione ha generato un dibattito pubblico surreale: “da una parte ci sono i ricchi e i potenti che fanno i garantisti e usano la prescrizione per i loro interessi”, dall’altra invece tanti giovani che rischiano di rovinarsi la vita per delle sciocchezze.
Una riforma dunque che non si limita a non risolvere i problemi giuridici, ma che addirittura aggrava pesantemente la situazione.

Per velocizzare i processi e risolvere veramente la complessa situazione giudiziaria italiana occorrerebbe “riformare completamente l’intero codice penale e anche il codice di procedura penale”. A non funzionare, infatti, è l’intero sistema, da snellire drasticamente: “centinaia di reati minori da penali potrebbero diventare illeciti amministrativi”, osserva Guizzardi.
I membri dell’Associazione Papillon-Rebibbia credono addirittura nell’abolizione totale del carcere e del sistema punitivo, ma già dimezzare il numero di processi attraverso la depenalizzazione di molti reati sarebbe una possibile via concreta per ridurre i lunghissimi
tempi giudiziari.

A mancare, secondo Guizzardi, non è il tempo per prendere alcune decisioni scomode, ma l’assoluta mancanza di volontà da parte dell’attuale classe politica; senza una “rottura radicale”, il sistema giudiziario è condannato a rimanere nel suo stato attuale di barbarie.

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